mercoledì 14 gennaio 2015

VIAGGIO NELLE SCUOLE DOVE S'INSEGNA IL FANATISMO

Tratto da "Il corriere della Sera del 14/01/2015

La mentalità jihadista in un reportage di Tiziano Terzani dal Pakistan del 2001 con i dubbi dell’autore sull’intervento militare contro l’Afghanistan dei talebani di Tiziano Terzani


Ero andato al bazar perché volevo vedere quanti avrebbero partecipato alla manifestazione pro talebani che si tiene di routine nella vecchia Peshawar dopo la preghiera di mezzogiorno, ma un amico mi aveva avvertito che il numero dei dimostranti non vuol dire ormai nulla. «I duri non marciano più, si arruolano. Vai nei villaggi», m’aveva detto. L’ho fatto e per un giorno e una notte, in compagnia di due studenti universitari, ho gettato uno sguardo su un mondo la cui distanza dal nostro non è misurabile in chilometri, ma in secoli: un mondo che dobbiamo capire a fondo se vogliamo evitare la catastrofe che ci sta davanti. (...)

«Mio padre è sempre stato un liberale e un moderato, ma dopo i bombardamenti anche lui parla come un talebano e sostiene che non c’è alternativa alla jihad», diceva uno dei miei studenti, mentre lasciavamo Peshawar. La strada correva fra piantagioni di canna da zucchero. Sui muri bianchi che dividono i campi, spiccavano grandi slogan. «La jihad è il dovere della nazione», «Un amico degli americani è un traditore», «La jihad durerà fino al giorno del giudizio». Il più strano era: «Il profeta ha ordinato la jihad contro l’India e l’America». Nessuno qui si chiede se al tempo del Profeta, 1400 anni fa, l’India e l’America esistessero già. Ma è appunto questa accecante mistura di ignoranza e di fede a essere esplosiva e a creare quella devozione alla guerra e alla morte con cui abbiamo deciso, forse un po’ troppo avventatamente, di venirci a confrontare.

«Quando uno dei nostri salta su una mina o viene dilaniato da una bomba, prendiamo i pezzi che restano, i brandelli di carne, le ossa rotte, mettiamo tutto nella stoffa di un turbante e seppelliamo quel fagotto lì, nella terra. Noi sappiamo morire, ma gli americani? Gli inglesi? Sanno morire così?». Dal fondo della stanza un uomo barbuto apre un giornale in Urdu e legge una breve notizia in cui si dice che anche l’Italia si è offerta di mandare navi e soldati: «...E voi italiani allora? Siete pronti a morire così? Perché anche voi venite qui a uccidere la nostra gente, a distruggere le nostre moschee? Che direste se noi venissimo a distruggere le vostre chiese, se venissimo a radere al suolo il vostro Vaticano?».

Siamo in una sorta di rudimentalissimo ambulatorio in un villaggio a qualche decina di chilometri dal confine afgano. Negli scaffali polverosi ci sono delle polverose medicine; al muro una bandiera verde e nera con al centro un sole in cui è scritto «Jihad». Attorno al «dottore» che mi parla si sono riuniti una decina di giovani: alcuni sono veterani della guerra, altri ci stanno per andare. Uno è appena tornato dal fronte e racconta dei bombardamenti. Dice che gli americani sono codardi perché sparano dal cielo, scappano e non osano combattere faccia a faccia. (...) L’atmosfera è tesa. Qui, ancora più che al bazar, tutti sono assolutamente convinti che quella in corso è una grande congiura-crociata dell’Occidente per distruggere l’Islam, che l’Afghanistan è solo il primo obbiettivo e che l’unico modo di resistere è per tutto il mondo islamico di rispondere all’appello per la guerra santa.
«Vengano pure gli americani, così ci potremo procurare delle buone scarpe, togliendole ai cadaveri - dice uno dei giovani -. A voi la guerra costa tantissimo. A noi nulla. Non sconfiggerete mai l’Islam». Cerco di spiegare che la guerra in corso è contro il terrorismo, non l’Islam, cerco di dire che l’obbiettivo della coalizione internazionale guidata dagli americani non sono gli afgani, ma Osama Bin Laden e i talebani. Non convinco nessuno. «Io non so chi sia Osama - dice il «dottore» - non l’ho mai incontrato, ma se Osama è nato a causa delle ingiustizie commesse in Palestina e in Iraq, sappiate che le ingiustizie ora commesse in Afghanistan faranno nascere tanti, tanti altri Osama».

Di questo sono convinto e la prova è dinanzi ai miei occhi: l’ambulatorio è un centro di reclutamento per la jihad, il «dottore» è il capo di un gruppo di venti giovani che domani partirà per l’Afghanistan. Ognuno porterà un’arma, del cibo e del danaro. L’addestramento? Tutti, dice il «dottore», han fatto due mesi per imparare l’uso delle armi e le tecniche di guerriglia. Ma quel che conta è l’istruzione religiosa ricevuta nelle tante piccole scuole coraniche, le madrasse, sparse nella campagna.

Mi han portato a visitarne una. Disperante. Seduti per terra, davanti a dei tavolinetti di legno, una cinquantina di bambini - c’erano anche alcune bambine - dai tre ai dieci anni, tutti pallidi, magri e consunti, cantilenavano senza interruzione i versetti del Corano. Nella loro lingua? No, in arabo che nessuno sa. «Sanno però che chi riesce a imparare tutto il Corano a memoria, lui e tutta la sua famiglia andranno in paradiso per sette generazioni!», mi ha spiegato il giovane barbuto che faceva da istruttore. Trentacinque anni, sposato con cinque figli, ammalato di cuore, diceva che nonostante le sue condizioni di salute, anche lui sarebbe andato a combattere. Aspettava solo che gli americani scendessero dai loro aerei e si facessero vedere al suolo. «Se non smettono di bombardare costituiremo piccole squadre di uomini che andranno a mettere bombe e a piantare la bandiera dell’Islam in America. Se verranno presi dall’Fbi si suicideranno», diceva con un sorriso invasato.


A parte la memorizzazione del Corano le madrasse insegnano poco o nulla, ma per le famiglie povere della regione quella, pur miserissima, è l’unica educazione possibile. Il risultato sono i giovani che oggi vanno alla jihad e il crescente potere che i mullah, ugualmente ignoranti e ottusi, hanno sulla popolazione delle campagne grazie al loro monopolio sulla religione e sui fondi dei Paesi musulmani come l’Arabia Saudita. Dovunque ci siamo fermati in quelle ore non ho sentito che discorsi carichi di fanatismo, di superstizione, di certezze fondate sull’ignoranza. Eppure sentendo parlare questa gente, mi chiedevo quanto anche noi, pur colti e rimpinzati di conoscenze, siamo pieni di preteso sapere, quanto anche noi finiamo per credere alle bugie che ci raccontiamo. (...)

Anche noi ci facciamo illudere dalle parole e abbiamo davvero creduto che la prima operazione delle forze speciali americane in Afghanistan era intesa a trovare il centro di comando dei talebani, senza pensare che, come dice il mio amico pashtun «quel centro non esiste o è al massimo una capanna di fango con un tappeto da preghiera e qualche piccione viaggiatore, ora che i talebani non possono più usare le loro radioline facilmente intercettabili dagli americani». E non è il fanatismo di questi fondamentalisti, simile al nostro arrogante credere che abbiamo una soluzione per tutto? Non è la loro cieca fede in Allah, pari alla nostra fede nella scienza, nella tecnica, nella abilità di mettere la natura al nostro servizio? È con queste certezze che andiamo oggi a combattere in Afghanistan con i mezzi più sofisticati, gli aerei più invisibili, i missili più lungimiranti per rifarci di un atto di guerra commesso da qualcuno armato solo di tagliacarte e di una ferma determinazione a morire. Come non rendersi conto che per combattere il terrorismo siamo venuti a uccidere innanzitutto degli innocenti e con ciò ad aizzare ancor più un cane che giaceva? Come non vedere che abbiamo fatto un passo nella direzione sbagliata, che siamo entrati in una palude di sabbie mobili e che con ogni altro passo finiremo solo per allontanarci sempre di più dalla via di uscita?

martedì 23 dicembre 2014

Addio Mr Joe


È morto Joe Cocker, il "leone di Sheffield" e questa non è una buona notizia. Adoravo Joe Cocker, impossibile non amarlo e continuerò ad adorarlo perché una voce cosi non si può dimenticare e non tornerà più. E' stato un maestro di Soul, di Blues e di Rock puro ma è anche riuscito a infiammare il cuore di milioni di innamorati con canzoni romanticissime. Qualcuno ha detto che il suo era "un soul che arrivava dalle miniere", come a voler sottolineare la durezza del personaggio e anche il suo umile passato. Joe cocker batteva tutti in una cosa essenziale, la passione. Basta guardare un suo qualunque video per capire con quanto amore e calore si immedesimava nella sua musica.
Aspettavo un suo concerto italiano ma non ne ho avuto il tempo. Joe cocker era tra i bianchi la voce blues per eccellenza. Memorabile il duetto con Patty La Bella nella sua " You are so beautiful", da brividi, una delle canzoni più romantiche di sempre. Joe cocker mi ha sempre dato forti emozioni senza grandi sforzi. La sua voce resterà sempre impressa nella mia mente. Non c'è qualcosa di particolare che mi ha colpito di lui, era semplicemente Joe Cocker. Ho passato ore a guardare le sue performance. Non si può affermare che fosse un grande musicista, perché non lo era,  ma la sua rauca e impressionante voce è stata unica.
La sua passione e le sue espressioni facciali,  il modo in cui muoveva le mani, girando le dita su se stesse, il sorriso a denti stretti e il suo immancabile bicchiere di birra durante i concerti.
Milioni di persone hanno cantato e ballato la famosissima " you can leave your hat on" di nove settimane e mezzo o la sua versione di "Unchain my heart".
È sconvolgente la sua esibizione di Woodstock accanto ai più grandi chitarristi degli anni settanta.
Ha condotto una vita estrema Joe cocker, è caduto nel giro della droga e ed è stato schiavo dell'alcol per tanti anni. Ultimamente stava tornando a vivere ma è stato troppo tardi. Vinse anche un grammy con "Up where we belong" la canzone che lo ripropose al grande pubblico. E ancora "With a little help from my friends" e la Cover di "She is my lady".
Lascia un vuoto enorme tra gli appassionati di blues e di rock britannico.
Miss you so much Mr Joe.


mercoledì 17 dicembre 2014

La Transiberiana, tra Mosca e Pechino in treno

da "Senza Volo, storie e luoghi per viaggiare con lentezza" di Federico Pace
http://senzavolo.it/la-transiberiana-da-mosca-a-pechino-in-treno







È il gigante più grande di tutti e chiede la più grande porzione di pazienza possibile a uomini e donne. Pechino, la Mongolia, il lago Bajkal, la Siberia, gli Urali e Mosca. Contenere tutto insieme sembra impossibile. Lungo questa mastodontica strada ferrata capita di trovare le distese che l’occhio da solo non riesce a cogliere. Chi l’ha percorsa in un verso o nell’altro ha provato, invariabilmente, una specie di sfinimento e annullamento. La vastità dei paesaggi, i sei fusi orari, il bianco e il gelo. Forse perché cercare l’anima di un continente è impresa difficile, ma cercare di capire qualcosa, come accade sulla Transiberiana e sulla Transmongolica, di due popoli enigmatici come quello russo e cinese, è forse impossibile. La ferrovia attraversa l’Europa e l’Asia per quasi diecimila chilometri. E per andare da Mosca a Pechino ci si impiega un tempo che sembra quasi non finire mai.
Per la costruzione, che iniziò nel 1891, del tratto che va da Mosca a Vladivostok ci vollero quasi trent’anni. Gli inverni lunghissimi, la fatica immane e la paga misera. Alla fine vi lavorarono anche i condannati ai lavori forzati. Lo zar Alessandro III scelse il decimo anniversario di incoronazione per dare avvio ai lavori e volle che lo scartamento (ovvero la distanza tra le parti interne del binario) fosse diverso da quello dell’Europa e della Cina. Poi in seguito vennero realizzate la Transmongolica e la Transmanciuriana che la collegano alla Cina.
Per chi parte da Mosca dalla stazione Yaroslavsky, edificio costruito in stile neo-russo, il treno prende il via poco prima della dieci di sera e arriva alle sei del pomeriggio a Perm, la città europea che sta più a oriente di tutte. Poi, Pervouralsk dove c’è la stele che segna il confine dei due continenti. Il giorno successivo quando si arriva a Omsk, è già Siberia, già pianura infinita. Ed è gia un altrove remoto e affascinante.
Lo scrittore e grande reporter Ryszard Kapuściński, nell’inverno del 1958, ha viaggiato a bordo della Transiberiana nel verso che va da Pechino a Mosca. Il treno oggi parte da Pechino alle undici di sera e corre verso est per arrivare a Shenyang alle nove del mattino e poi a Harbin alle tre del pomeriggio. Poi taglia la Manciuria e sale verso il Grande Khingan, varca il confine e arriva a Cita verso le nove del giorno successivo. Quel viaggio lo fece a cinque anni dalla morte di Stalin, nei tempi in cui esisteva ancora il vecchio impero sovietico e la Cina era un gigante insonnolito.
Nella Siberia meridionale, il treno corre per oltre duecento chilometri lungo l’immenso lago Bajkal. Un lago dalle profondità infinite. I suoi abissi sono i più profondi al mondo e scendono fino a oltre mille e seicento metri. Proprio questo fu l’ultimo tratto che venne costruito della ferrovia. Il più difficile di tutti. Le montagne alte oltre duemila metri, il lago ghiacciato e le tempeste improvvise. Si pensò di evitare di costruire la ferrovia e per alcuni anni si provò a trasportare il treno su un gigantesco ferry boat. L’impresa non riuscì. Alla fine la ferrovia venne costruita e i tunnel aperti con piccozze e candelotti. Kapuściński, il lago Bajkal non riuscì a vederlo. Neppure per un istante. Ci passò di notte e, nel finestrino, riuscì a cogliere solo una macchia nera.
Il treno arriva nella capitale della Siberia, Novosibirsk. La città all’inizio era sorta come semplice centro per la costruzione dell’immensa ferrovia. Oggi è il maggiore polo culturale della Siberia e ci sono oltre un milione e quattrocentomila di abitanti. Da qui mancano ancora 3303 chilometri a Mosca e tre giorni di viaggio. Per Kapuściński, a questo punto, la cosa più difficile da sopportare fu lo sferragliare delle ruote. Nel fracasso, notò Kapuściński, «ci si è imprigionati dentro come in una gabbia sgangherata e traballante».
Oggi la Transiberiana pare un grande mercato. Tutto si vende e tutto si compra. Anche qui le distese sono infinite e l’anima profonda della Russia pare sfuggire. Persino a Kapuściński: «La Russia è sì uno spazio vasto e sconfinato, ma questa sua grandezza risulta così schiacciante da mozzare il fiato e impedire il respiro». Solo quando Kapuściński si avvicina alla stazione Jaroslavskij è preso da una specie di sollievo.
La Transiberiana è un’impresa paradossale. Fu voluta strenuamente dallo zar Alessandro III e poi dal figlio Nicola II. Ma venne completata solo nel 1916 quando l’impero implose.Si dice che la rivoluzione d’ottobre venne decisa, in quei giorni, durante un viaggio di sette giorni a bordo di un treno che nel 1917 proveniva da Zurigo e andava verso Pietroburgo. Su quel treno c’era Lenin.
Qualche anno dopo l’implosione dell’altro impero comunista avvenuta nel 1989, cinque anni dopo la caduta del muro di Berlino, Aleksandr Solzenicyn esule dal 1974, arrivò dagli Stati Uniti a bordo di un aereo fino a Vladivostok. Da qui Solzenicyn percorse tutta la Russia a bordo della Transiberiana in un andare lento senza tappe predefinite. Tutti i deportati lo salutavano alzando una rosa. Alla conferenza stampa poco prima di partire, Solzenicyn disse di volere fare quel viaggio per capire cosa era successo alla Russia e al suo popolo. Concluse dicendo di volere vedere la Siberia perché fino ad allora l’aveva vista «solo dal finestrino di un vagone di prigionieri».

giovedì 9 ottobre 2014

Into the wild


C'è tanta gente infelice che tuttavia non prende l'iniziativa di cambiare la propria situazione perché è condizionata dalla sicurezza, dal conformismo, dal tradizionalismo, tutte cose che sembrano assicurare la pace dello spirito, ma in realtà per l'animo avventuroso di un uomo non esiste nulla di più devastante di un futuro certo. Il vero nucleo dello spirito vitale di una persona è la passione per l'avventura. La gioia di vivere deriva dall'incontro con nuove esperienze, e quindi non esiste gioia più grande dell'avere un orizzonte in costante cambiamento, del trovarsi ogni giorno sotto un sole nuovo e diverso... Non dobbiamo che trovare il coraggio di rivoltarci contro lo stile di vita abituale e buttarci in un'esistenza non convenzionale...
(Tratto dal film Into the wild)

mercoledì 17 settembre 2014

Il pacifico a remi

"Prova percorsi alternativi, impara a guardare le cose da prospettive diverse e abbi il coraggio di prendere le tue strade."Alex Bellini

E' un libro straordinario quello di Alex Bellini, ma ancora più straordinaria è stata l'impresa che l'ha portato dal Perù all'Australia con una piccola barca a remi. Alex ha compiuto da solo l'epica traversata, l'unica compagnia era un'ora a settimana in collegamento con una radio italiana, il telefono satellitare per sentirsi con la moglie e gli uccelli e pesci che ogni giorno vengono a salutarlo. Alcuni vengono a scrutare le sue intenzioni altri vanno a riposarsi sulla sua testa nel centro dell'Oceano più grande del globo. 
Alex supererà dieci fusi orari, quasi ventimila km per un totale di milioni e milioni di remate. Una cosa incredibile. Come quando viene accerchiato da un gruppo di balene che lo accompagnano per qualche miglia e gli fanno passare ore tra l'incredulità iniziale e il panico successivo. 
Sono stati necessari 12 mesi di preparazione per questo immane sforzo ma soprattutto occorreva una enorme forza psicologica che si è dovuta manifestare decine  di volte per evitare di abbandonare la traversata.
 "Era come se il mondo delle terre emerse fosse scomparso d'improvviso", con queste parole Alex Bellini scrutava continuamente l'orizzonte alla ricerca disperata di una qualsiasi terra emersa prima e di una qualunque forma di vita poi. Esperienza bella ma difficilissima.
L'insegnamento che ci lascia questo libro è che il valore di un uomo non si misura con i traguardi bensì con i sogni. Così quell'Australia tanto attesa e desiderata passa in secondo piano quando si rende conto che il senso del viaggio è il viaggare stesso e non il raggiungemento di una meta. Bellissimo senso del viaggi. Nei lunghissimi dieci mesi di viaggio, la moglie non tarderà mai a spronarlo per andare avanti e compiere l'impresa. Un libro favoloso che consiglio a tutti.
Buona lettura.
 

Itaca

Itaca di Constantino Kavafis

Quando ti metterai in viaggio per Itaca
devi augurarti che la strada sia lunga,
fertile in avventure e in esperienze.
I Lestrigoni e i Ciclopi
o la furia di Nettuno non temere,
non sarà questo il genere di incontri
se il pensiero resta alto e un sentimento
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,
nè nell’irato Nettuno incapperai
se non li porti dentro
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.
Che i mattini d’estate siano tanti
quando nei porti - finalmente e con che gioia -
toccherai terra tu per la prima volta:
negli empori fenici indugia e acquista
madreperle coralli ebano e ambre
tutta merce fina, anche profumi
penetranti d’ogni sorta; più profumi inebrianti che puoi,
va in molte città egizie
impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca -
raggiungerla sia il pensiero costante.
Soprattutto, non affrettare il viaggio;
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio
metta piede sull’isola, tu, ricco
dei tesori accumulati per strada
senza aspettarti ricchezze da Itaca.
Itaca ti ha dato il bel viaggio,
senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

martedì 16 settembre 2014

Viaggio dentro ad Angola, L’Alcatraz del Sud

da "Corriere della Sera" di Marzio G. Mian


Gli uomini, tutti neri, sono chini e muti. Indossano pantaloni blu, casacche bianche o celesti, usano guanti gialli. Calzano stivaloni di gomma, in capo quasi tutti hanno calati logori cappellacci di paglia o berretti da baseball, qualcuno non smette il poco raccomandabile cappuccio della felpa. Se non fossero tenuti sotto tiro dalle guardie a cavallo sembrerebbero immigrati arruolati nella raccolta dei pomodori in Puglia. Dalla strada sterrata, senti solo qualche colpo di tosse provenire dal profondo del campo o qualche prolungato mugolio o sbuffo prodotto dallo sforzo dei più corpulenti nel momento d’alzarsi e deporre le grosse rape nei secchi; a fare attenzione il vento caldo porta a folate le note d’un soffocato canto lontano, laggiù nel campo – ma forse sono solo i fantasmi di questa ex piantagione, una delle più infami del Sud e della Louisiana, coltivata da schiavi provenienti soprattutto dall’Angola, un nome che divenne una garanzia di maledizione sia per i neri condotti in catene a raccogliere il cotone sia per i detenuti tradotti in catene quando Angola, ai primi del Novecento, divenne il più grande carcere di massima sicurezza degli Stati Uniti, 7.300 ettari, 73 chilometri quadrati, più esteso di Manhattan.

No, non è un film

Un luogo dove la sofferenza imbratta ancora la terra: nel 1951 trentuno detenuti si tagliarono i tendini d’Achille per protestare contro le brutali condizioni. “Benvenuti nell’Alcatraz del Sud” dice con orgoglio Gary Young, ex secondino, la nostra guida in questa visita esclusiva nel carcere più raccontato del cinema americano, da “Dead Man Wolking” a “Monster’s Ball” al “Miglio Verde” a “Il mago della truffa” a “Jfk”. Dei 6.300 detenuti 5120 non usciranno mai da qui: moriranno con un ago in vena nella stanza delle esecuzioni, oppure – condannati al carcere a vita – se ne andranno quando sarà la loro ora; ma non varcheranno lo stesso il cancello, perché la cassa d’abete palustre costruita dai compagni della sezione falegnameria, i quali da quattro anni hanno smesso di costruire comodini e assemblano solo bare, verrà deposta nella terra rossa di Angola. “I primi ad abbandonare il prigioniero sono i compagni della banda, poi la moglie, poi gli amici, poi i figli. Quando muore la madre non viene più nessuno. Dietro il feretro solo i compagni di cella e il pastore. è sempre molto commovente e intenso” dice Young. Chi è uscito con le sue gambe è Glenn Ford, 64 anni. Era nel braccio della morte da 30 anni, proprio come i fratelli McCollum rinchiusi in Nord Carolina e liberati il 2 settembre scorso grazie alla prova del Dna. Glenn in aprile è stato riconosciuto innocente dall’accusa di omicidio e vittima di discriminazione perché condannato a morte da una giuria di soli bianchi.

La cura di mister Cain

“La giustizia degli uomini non è quella di Dio. Ma la cosa bella” assicura Young “è che qui con la nostra riabilitazione morale si muore comunque nella grazia di Dio. Poi ognuno andrà nel posto che gli spetta, Inferno o Paradiso, dipende, ovvio”. Infatti Angola è, secondo una recente denuncia dell’Unione americana per le libertà civili, “un centro d’integralismo cristiano” perché il controverso direttore Burl Cain ha lasciato mano libera ai predicatori, ha imposto la costruzione di cappelle in ognuno dei cinque “padiglioni” recintati di Angola e lo studio della Bibbia, anzi un vero e proprio seminario obbligatorio che forma pastori e dj per la radio del carcere che spara a palla prediche e gospel 24 ore su 24 (prima di Cain la radio era segnalata anche da Rolling Stone magazine per la sua sofisticata e laicissima playing list, soprattutto per il rock). Sta di fatto che quello che era il carcere più violento d’America è diventato, dopo la sacra cura, un esempio di redenzione e convivenza: “Oggi è lunedì” dice Young “bene, per tutto il fine settimana non c’è stata nemmeno una zuffa. Da quando è arrivato mister Cain le violenze sono calate dell’85 per cento”. Nel 1995 hanno registrato 799 aggressioni tra detenuti e 192 attacchi alle guardie, quest’anno solo 53 incidenti gravi tra galeotti e 15 ai danni dei carcerieri. Nelle carceri della Bible Belt, soprattutto qui in Louisiana – leader mondiale nei posti letto in galera, 13 volte più dell’Iran (un nero su 14 a New Orleans è dietro le sbarre) – e per la destra religiosa americana il potente Burl Cain è intoccabile almeno quanto la pena di morte.
Difatti Burl Cain e la morte s’incontrano, accade quando è l’ora dell’iniezione: lui è lì puntuale che tiene la mano al condannato. Burl Cain è l’ultima visione del condannato prima di chiudere gli occhi. E’ stato dopo la prima esecuzione che Burl Cain ha deciso di dedicare la sua vita a Cristo, di “far rinascere i criminali in Cristo”, in un certo senso di essere Cristo: “Ho sentito che quell’uomo stava andando all’Inferno e che avrei potuto evitarlo” ha detto a Time. Ha anche confessato che sua moglie intende lasciarlo perché “non vuole vivere con un killer”. Il suo predecessore, Murray Henderson, è ancora ad Angola, ma come detenuto, perché ha ammazzato la moglie con cinque colpi.

Niente rete, ma alligatori

Questa Alcatraz, dove ci sono detenuti in isolamento, “solitary confinement”, da 30 anni, occupa una penisola che s’allunga nel Mississippi in uno dei punti dove esso è più largo e veloce, neanche avesse fretta, dopo aver sfiorato la sinistra Angola, di raggiungere il Golfo del Messico e annullare così le acque melmose e i brutti ricordi accumulati lungo gli oltre quattromila chilometri di viaggio, nell’immenso Oceano blu. Il lato non bagnato dal Grande Fiume non ha nemmeno la rete: è invece una giungla paludosa e implacabile, infestata da serpi e alligatori. Questi ultimi pare siano migliaia poiché qui hanno la certezza di non essere seccati dai cacciatori, tenuti lontano dal terrore di udire – come narrano i racconti gotici della Louisiana – le urla terrificanti delle anime di tutti quei detenuti che fino a un paio di decenni fa sparivano improvvisamente nel nulla, nè ricercati nè reclamati, dimenticati da tutti, come d’altronde accade ai problemi risolti. “No signore, da qui non si può fuggire” garantisce Young. “Due settimane fa ci hanno provato in tre, dopo 15 minuti erano già in cella di punizione e tra un anno passeranno in isolamento”. C’è stato solo un caso nel 1956, fuggirono in cinque, un corpo venne pescato dal fiume, un evaso venne catturato in Texas e disse di aver visto affogare due compagni di fuga, ma gli uomini dell’allora direttore Maurice Sigler trovarono le chiare tracce di tre uomini oltre il Mississippi.



I fantasmi della piantagione

Forse la cosa più feroce di questo luogo, la vera condanna, è la sua immensità, che offre l’illusione d’appartenere ancora al mondo e alla vita, di condividere l’orizzonte e le nuvole e i temporali con tutti gli altri uomini liberi, invece chi sta qui viene contato 23 volte al giorno e viene pagato 4 centesimi l’ora per il lavoro forzato nei campi – in rapporto molto meno degli schiavi dell’antica piantagione. L’80 per cento dei reclusi sono qui per delitti atroci e violenti, assassinii, stupri, rapine finite nel sangue. Eppure a vederli tutti insieme non si pensa all’eccezionale concentrazione di male e peccato disseminati in qualche ettaro, ma colpisce invece che nessuno di loro osa guardarci; impossibile incrociare i loro sguardi, forse non sanno più guardare: continuano a cogliere rape con un ritmo stanco e meccanico. Le guardie a cavallo nel campo sono tre, due bianchi e un nero, eleganti, armati di fucili a pompa e di occhi capaci di perlustrare anche i pensieri. Una guardia, o un “freeman” nel gergo dei detenuti di Angola, si apposta sugli argini e di fucili automatici ne ha due, uno per mano. Vengono in mente i sorveglianti delle piantagioni, carabina e scudiscio. E non è l’unico rimando stando alle recenti inchieste del Times-Picayune di New Orleans, secondo cui i detenuti sono i “nuovi schiavi” della Farm, come viene anche chiamata Angola, perché produce quarantamila quintali di verdura, coltiva frumento, mais e soia, alleva 2.500 capi di bestiame, e solo in minima parte tutto cio’ viene utilizzato per la sussistenza dei detenuti della Louisiana (“tre pasti al giorno ci costano in totale appena un dollaro e mezzo” dice orgoglioso Young), ma sono commercializzati da una azienda privata nei supermercati, mentre Angola riceve milioni di dollari di fondi pubblici, quasi centomila dollari l’anno per detenuto. Eppure l’amministrazione è stata chiamata a tagliare il budget: non potendo ridurre le guardie speciali, ha eliminato una ventina di uomini non essenziali, sostituendoli con delle belve, cioè dei lupi ibridi, che da due anni pattugliano di notte le recinzioni dei settori più sensibili.

Le notti di William Hurt

Nel braccio della morte non c’è l’aria condizionata. Una decisione presa da Burl Cain nel 2006 quando si è resa necessaria una ristrutturazione delle celle che ospitano 88 morti che camminano. D’estate si possono raggiungere i 42 gradi e quindi per questi uomini chiusi in cella per 23 ore al giorno è una ulteriore tortura; tre di loro, malati, lo scorso anno hanno denunciato Cain e il processo è ancora in corso. Ma tra i commenti sul sito delTimes-Picayune nessuno menziona il direttore: “Aspettiamo quando avranno l’ago in vena e allora sì che andranno dove fa molto caldo” scrive Ronnie Tuttle. “C’è un solo modo per rendere utili questi tre criminali, che presto i loro cuori e reni vengano donati a chi ne ha davvero bisogno” è il consiglio di un tale che si firma Dafunkystuff; mentre Bill60 fa il pietoso, “poverini, perché qualcuno non gli porta un gelato?”. William Hurt ottenne di passare tre giorni e tre notti in una di queste celle nel 2008 per prepararsi psicologicamente per il film “The Yellow Handkerchief”. “E’ orribile, è impensabile come l’uomo abbia inventato una macchina della sofferenza come questa” disse. La cosa che lo colpì di più fu che i detenuti potevano giocare a scacchi tra di loro senza mai vedersi in faccia, solo le mani uscivano dalle sbarre. Niente tv, ma solo Bibbia. In attesa di dire addio al mondo guardando Burl Cain negli occhi.