mercoledì 18 marzo 2015

Mark Knopfler, il nuovo album 'Tracker' - L'ascolto di Rockol



Recensione di rockol.it 16 marzo 2015

Preparatevi a incontrare una scrittrice emarginata e un poeta burbero, un manovale che pare un gigante e un derelitto in cerca d’avventure, un giocatore d’azzardo e un musicista che trova un contratto e perde l’amore. E poi vite che s’incrociano per un attimo fugace oppure si mancano per un soffio…

Preparatevi a incontrare una scrittrice emarginata e un poeta burbero, un manovale che pare un gigante e un derelitto in cerca d’avventure, un giocatore d’azzardo e un musicista che trova un contratto e perde l’amore. E poi vite che s’incrociano per un attimo fugace oppure si mancano per un soffio, come quelle del protagonista di “Silver eagle” e della sua bella, lui a bordo di un bus che attraversa l’America e lei che dorme nel letto di casa. La canzone vive nel mezzo chilometro che li separa e tutto quanto il disco sta in una dimensione in cui il tempo è sospeso. Non c’è un filo di contemporaneità nell’ottavo album solista di Mark Knopfler. Non c’è nemmeno il rock per cui è diventato famoso, se non in una citazione piuttosto ovvia di “Sultans of swing”. Non ci sono dichiarazioni altisonanti, suoni appariscenti, melodie ammiccanti. Ci sono undici canzoni (quindici nell’edizione deluxe, diciassette nel box set) figlie del gusto per il racconto. Ci sono l’abilità nell’evocare storie con la musica e la capacità di parlare attraverso poche note di chitarra. “Tracker” è un disco fuori moda e antistorico. E non è niente male. 

Dopo avere pubblicato il doppio “Privateering” del 2012 Mark Knopfler s’è rimesso al lavoro piuttosto in fretta. Avrebbe registrato “Tracker” ancor prima se non fosse partito con Bob Dylan per una tournée in giro per il mondo che gli ha fruttato la composizione di “Silver eagle” e “Lights of Taormina”. Knopfler ha assemblato suoni e ispirazioni, è andato a caccia di spunti come un investigatore che segue le tracce di un caso. È venuto fuori un lavoro in cui – come da molti anni a questa parte, del resto – è songwriter prima ancora che chitarrista. Anzi, è uno storyteller col gusto di raccontare la vite degli altri. Come quella della scrittrice inglese Beryl Bainbridge in “Beryl” che gira attorno a un unico concetto, il fatto che non ebbe mai un Booker Prize essendo emarginata dall’elite culturale dominante. Si fanno strada anche un paio di spunti autobiografici. In “Basil” Knopfler dipinge il poeta Basil Bunting come un uomo indurito e amareggiato. Lo conobbe quando, ancora adolescente, muoveva i primi passi nell’Evening Chronicle di Newcastle. In “Laughs and jokes and drinks and smokes” si ritrae giovanissimo alle prime prese con la musica e l’amore, incosciente e innamorato della vita.
Che siano reali o immaginarie, autobiografiche o inventate, le canzoni raccontano storie piccole, frammenti di esistenze, pensieri volatili che si fanno canzone. Knopfler usa gli strumenti di sempre, quel suo modo di fare musica elettro-acustica artigianale e raffinata in cui il retaggio folk celtico s’incrocia efficacemente con la grande tradizione americana. Il tono è spesso sedato, le note centellinate, ma l’album non è “seduto” come altri lavori del chitarrista. Il singolo “Beryl” cita spudoratamente il primissimo successo dei Dire Straits “Sultans of swing” con l’aggiunta di quello che sembra un organo Vox. Colori celtici vestono “Laughs and jokes and drinks and smokes”, dove sono innestati su un groove “nero”, quasi jazz. Se l’attacco di “Long cool girl” potrebbe essere tranquillamente usato come introduzione dal vivo a “Romeo and Juliet”, “Broken bones” ha il passo, l’aria sorniona e il suono compresso di J.J. Cale, mentre “Mighty man” evoca “Brothers in arms”. Oltre al co-produttore e tastierista Guy Fletcher, Knopfler è affiancato da Glenn Worf (basso elettrico e contrabbasso) e Ian “Ianto” Thomas (batteria), più i musicisti che contribuiscono a donare al disco la sua aria folk, ovvero John McCusker (violino e cetra), Mike McGoldrick (whistle, flauto, chitarra tenore) e Phil Cunningham (fisarmonica), senza contare un paio di interventi di Nigel Hitchcock (sassofono), Tom Walsh (tromba), Bruce Molsky (banjo, fiddle, chitarra), Ian Thomas (washboard).
A forza di ascoltarlo, si ha l’impressione di sentire l’odore dei nastri sui quali “Tracker” è stato inciso e di vedere i gesti degli uomini che stanno dietro gli strumenti. Knopfler si prende tutto il tempo di dipanare storie e dipingere paesaggi sonori, e così le canzoni superano spesso i sei minuti di durata. Il finale è affidato a “Wherever I go” cantata in duetto con la dolcissima Ruth Moody delle canadesi Wailin’ Jennys, che altrove offre un tocco femminile ai cori. Come in quella canzone, dove il protagonista è seduto al bancone di un bar lontano da casa e dagli affetti, in tutto il disco si respira un’aria di serena nostalgia appena turbata da un filo di malinconia. “Tracker” è l’album di uomo di 65 anni, e si sente. Non è dissimile dai dischi registrati in passato dal chitarrista. Se avete trovato vecchi e noiosi quelli, qua dentro non c’è nulla che vi farà cambiare idea. Ma se vi piace il modo in cui Knopfler racconta piccole storie e le cala in scenari sonori suggestivi, troverete in “Tracker” altre undici belle canzoni e la conferma che è molto più gratificante spiare le vite degli altri in una canzone che su Facebook.

mercoledì 4 febbraio 2015

Nella Russia di santi e zar «L’Europa ci ha traditi»

Reportage di Paolo Valentino da "Il corriere della Sera"

Viaggio nel Paese, ancora una volta ferito nel suo orgoglio e scosso da una ventata di nazionalismo patriottico che ha ricompattato il popolo



MOSCA - Ilya Glazunov è considerato il più grande artista russo vivente, il pittore che meglio incarna lo spirito della nuova Russia. C’è una grande fila all’ingresso della galleria interamente dedicata alle sue opere, proprio di fronte al Museo Pushkin. Quasi tutti i visitatori si dirigono verso la sala centrale, quella dove campeggiano a tutta parete due immensi oli su tela. Nel primo, dal titolo «Il mercato della nostra democrazia», Glazunov, nello stile del realismo russo che è la sua cifra, offre un’iconografia inquietante della Russia degli anni Novanta: gli oligarchi e le prostitute, la povertà e l’invasione culturale americana, Eltsin e Clinton, la Nato e i bombardieri, i bimbi abbandonati e i criminali, la droga e l’alcolismo, la svendita del Paese, i comunisti nostalgici.

Giustapposto a questo, è «La Russia Eterna», una composizione ordinata e popolata da santi e scrittori, zar e leader sovietici, principi guerrieri ed eroi del lavoro socialista, i patriarchi, gli scienziati, i morti in guerra, dominato da un grande crocefisso, con il Cremlino a far da sfondo e le icone di fianco agli Sputnik.

Le tele fiammeggianti di Glazunov rendono bene l’umore di un Paese, ancora una volta ferito nel suo orgoglio e scosso da una ventata di nazionalismo patriottico che, come altre volte nella sua storia, ha ricompattato il popolo intorno allo zar. La crisi in Ucraina, l’annessione della Crimea, la ribellione delle province orientali russofone Donetsk, Lugansk, Karkhiv (o Novorossija come si dice qui) e le sanzioni decise dall’Occidente contro Mosca hanno aperto un conflitto che è prima di tutto identitario. Nel quale si contrappongono percezioni e idee della propria nazione, dei propri interessi, della propria missione nel mondo, formatesi e sedimentate in secoli di Storia.

Non che siano state sempre antitetiche, nonostante l’asimmetria geopolitica tra Occidente e Russia. Sono passati più di tre secoli da quando Pietro il Grande volle forzare lo sguardo del suo impero verso l’Europa. Ma dopo 318 anni di tormenti, passioni brucianti e appuntamenti mancati, l’impressione è che i russi abbiano tanta voglia di chiudere quella finestra, che il fondatore di San Pietroburgo volle aprire con tutte le forze.

E a spiegare tanto risentimento, tanta delusione, il «senso di essere stati traditi dall’Europa come da un’amante» nelle parole di un diplomatico occidentale, non basta lo stato di «mobilitazione permanente», la formidabile macchina di una propaganda che ormai nutre il pensiero unico di un Paese assediato dai nemici occidentali e che fa dire a Gleb Pavlosky, un ex consigliere di Putin: «A confronto, la televisione sovietica era pacifista nella descrizione dell’Occidente».
No, qualcosa di più profondo e antico scuote la corda pazza del nazionalismo e ridà slancio all’isolamento. «Il sentimento prevalente è che l’Occidente ci abbia preso in giro, illusi e truffati», dice Viktor Loshak, giornalista simbolo dell’era della perestrojka, oggi dirigente del gruppo Kommersant. È la stessa analisi di Nikita Mikhalkov: «Ci avete ingannati. Noi stessi abbiamo distrutto l’Unione Sovietica. Gorbaciov ha regalato tutto. Ma gli americani e l’Occidente si sono comportati come se ci avessero sconfitti. Nulla di tutto ciò che avevate promesso ci è stato dato, solo jeans, McDonald’s e merda». Il regista premio Oscar aggiunge: «Però forse dobbiamo ringraziarvi: perché stiamo assistendo alla rinascita dell’autocoscienza nazionale, fondata sulla convinzione che solo noi possiamo fare qualcosa per noi stessi».
Il vulnus comincia quindi da lontano, da quelli che Fyodor Lukyanov definisce il «senso dello status perduto di grande potenza, la fine del rispetto verso la Russia come Paese, il complesso d’inferiorità che ne deriva». La vicenda ucraina ha così fatto esplodere una frustrazione latente, «complice l’incapacità o il rifiuto dell’Occidente di capire il significato esistenziale che l’Ucraina ha per i russi». «Ognuno di noi — spiega Sergei Markov, politologo e deputato alla Duma per Russia Unita — pensa all’Ucraina come a una parte di se stesso e vede quello che sta succedendo come una guerra civile interna al mondo russo». Quanto alla Crimea, è il parere di Mikhalkov, «non è come le Isole Kurili, cioè bottino di guerra. La Crimea è russa e doveva tornare a casa. Se non l’avessimo fatto, il Mar Nero sarebbe diventato rosso di sangue». C’è bisogno di aggiungerlo? «La Crimea non sarà mai restituita».
Delle pulsioni patriottiche, Vladimir Putin è l’interprete e l’argine allo stesso tempo. I pifferai del nazionalismo più acceso, dal nazional-bolscevico Aleksandr Dugin all’affascinante Eduard Limonov, non sono più ai margini della conversazione nazionale, ma sono diventati mainstream. «Putin li sta usando, ma li tiene anche a bada. E l’Occidente deve stare attento e ricordarsi che le sanzioni forse indurranno il caos economico e sociale, ma da noi il caos non ha mai prodotto democrazia, solo fascismo», dice Loshak. Sergei Markov è ancora più netto: «Voi europei dovete dire grazie a Putin, solo la sua volontà di ferro trattiene l’ondata dell’ira nazionalista».
Da ogni conversazione, sia l’interlocutore allineato o critico verso il Cremlino, un fatto emerge costante: non sarà l’embargo a far cambiare politica allo zar in Ucraina, né a rivoltare il suo popolo esasperato contro di lui. «Putin dice che questa è una battaglia per la nostra identità culturale e la nostra indipendenza, per questo i russi lo appoggeranno anche nelle difficoltà», spiega Mikhalkov. E aggiunge: «L’Occidente può provare a umiliare la Russia, ma non ci metteremo mai in ginocchio. Possiamo parlare da pari a pari, ma non saremo mai i vostri fratelli minori». E ricorda una frase dello scrittore Vassili Shukshin: «Sono tempi difficili: bisogna fare a meno di ciò di cui i nostri antenati non avevano la più pallida idea».
Nello studio di Mikhalkov, tra premi e busti degli zar, campeggia una foto di Vladimir Vladimirovich. È un Putin insolito, corrucciato, con alcune banconote in mano, intento a saldare il conto di un ristorante. «Bisogna pagare per tutto, Nikita», dice la dedica autografa. Mai come in queste settimane, il presidente russo deve aver ripensato a quella frase.

venerdì 23 gennaio 2015

Limonov

Milano, 23 Gennaio 2015


E' un favoloso Emmanuel Carrère quello che scrive la storia di Eduard Veniaminovich Savenko, in arte "Limonov", cosi come il titolo del libro.
Carrère è uno scrittore di autobiografie ed è colui che ha scritto "L'avversario" l'incredibile storia di  Jean-Claude Romand, un criminale francese che riuscì a crearsi un'identità falsa ed a mantenerla per tutta la vita fino a streminare la sua famiglia e i suoi genitori.
E' un grande libro questo, che non solo racconta la spericolata vita di Limonov ma riesce anche a dipingere alla perfezione l'atmosfera e i movimenti culturali che animavano la vita russa e francese nel secolo scorso. Ma chi era Limonov? La descrizione perfetta ci viene dalla nota dell'autore stesso.
"E'stato teppista in Ucraina, idolo dell'underground sovietico, barbone e poi domestico di un miliardario a Manhattan, scrittore alla moda a Parigi, soldato sperduto nei Balcani; e adesso, nell'immenso bordello del dopo comunismo, vecchio capo carismatico di un partito di giovani desperados. Lui si vede come un eroe, ma lo si può considerare anche una carogna: io sospendo il giudizio"
 

Carrère ha il potere di fartelo amare ma anche di fartelo odiare profondamente. Limonov è stato un tipo difficile, a tratti razzista in altre occasioni amabile difensore delle minoranze. Sicuramente guerrafondaio, ma più per l'età che per convinzione, alla fine del libro dice che la sua è stata una vita di merda e si augura una bella vecchiaia a Samarcanda tra i barboni felici, i veri Re del pianeta.
Nel libro si ripercorre lo strapotere di Stalin e gli anni successivi alla sua morte, la perestrojka, il duello tra Mikhail Gorbaciov e Boris Eltsin, entrambi profondamente odiati dal poeta. Il potere di Putin, la galera e l'internamento nei campi di rieducazione, la vita a Manhattan, Parigi e le donne che hanno dato dolore e gioie a Limonov, sopratutto tre. Il rimpianto per la Grande Guerra e il potere dell'Unione Sovietica nel popolo, l'incredibile arricchimento dei nuovi magnati democratici, la Serbia e Arkan, i libri. L'alcol è sempre presente nella sua vita, e a tratti più che di una biografia sembra un romanzo. La fondazione del partito e la disfatta. C'è la storia Russa degli ultimi quarant'anni vista dagli occhi di un non comune cittadino, un avventuriero. Un viaggio attraverso una generazione di Russi che emigrano verso gli Stati Uniti e la Francia, i poeti maledetti e quelli di regime, i primi libri occidentali tradotti e Star Wars.
Penso che Limonov sia uno scrittore mediocre ed un uomo profondamente contrastato, ma dopo aver letto la biografia di Carrère non puoi che restarne affascinato.

mercoledì 14 gennaio 2015

VIAGGIO NELLE SCUOLE DOVE S'INSEGNA IL FANATISMO

Tratto da "Il corriere della Sera del 14/01/2015

La mentalità jihadista in un reportage di Tiziano Terzani dal Pakistan del 2001 con i dubbi dell’autore sull’intervento militare contro l’Afghanistan dei talebani di Tiziano Terzani


Ero andato al bazar perché volevo vedere quanti avrebbero partecipato alla manifestazione pro talebani che si tiene di routine nella vecchia Peshawar dopo la preghiera di mezzogiorno, ma un amico mi aveva avvertito che il numero dei dimostranti non vuol dire ormai nulla. «I duri non marciano più, si arruolano. Vai nei villaggi», m’aveva detto. L’ho fatto e per un giorno e una notte, in compagnia di due studenti universitari, ho gettato uno sguardo su un mondo la cui distanza dal nostro non è misurabile in chilometri, ma in secoli: un mondo che dobbiamo capire a fondo se vogliamo evitare la catastrofe che ci sta davanti. (...)

«Mio padre è sempre stato un liberale e un moderato, ma dopo i bombardamenti anche lui parla come un talebano e sostiene che non c’è alternativa alla jihad», diceva uno dei miei studenti, mentre lasciavamo Peshawar. La strada correva fra piantagioni di canna da zucchero. Sui muri bianchi che dividono i campi, spiccavano grandi slogan. «La jihad è il dovere della nazione», «Un amico degli americani è un traditore», «La jihad durerà fino al giorno del giudizio». Il più strano era: «Il profeta ha ordinato la jihad contro l’India e l’America». Nessuno qui si chiede se al tempo del Profeta, 1400 anni fa, l’India e l’America esistessero già. Ma è appunto questa accecante mistura di ignoranza e di fede a essere esplosiva e a creare quella devozione alla guerra e alla morte con cui abbiamo deciso, forse un po’ troppo avventatamente, di venirci a confrontare.

«Quando uno dei nostri salta su una mina o viene dilaniato da una bomba, prendiamo i pezzi che restano, i brandelli di carne, le ossa rotte, mettiamo tutto nella stoffa di un turbante e seppelliamo quel fagotto lì, nella terra. Noi sappiamo morire, ma gli americani? Gli inglesi? Sanno morire così?». Dal fondo della stanza un uomo barbuto apre un giornale in Urdu e legge una breve notizia in cui si dice che anche l’Italia si è offerta di mandare navi e soldati: «...E voi italiani allora? Siete pronti a morire così? Perché anche voi venite qui a uccidere la nostra gente, a distruggere le nostre moschee? Che direste se noi venissimo a distruggere le vostre chiese, se venissimo a radere al suolo il vostro Vaticano?».

Siamo in una sorta di rudimentalissimo ambulatorio in un villaggio a qualche decina di chilometri dal confine afgano. Negli scaffali polverosi ci sono delle polverose medicine; al muro una bandiera verde e nera con al centro un sole in cui è scritto «Jihad». Attorno al «dottore» che mi parla si sono riuniti una decina di giovani: alcuni sono veterani della guerra, altri ci stanno per andare. Uno è appena tornato dal fronte e racconta dei bombardamenti. Dice che gli americani sono codardi perché sparano dal cielo, scappano e non osano combattere faccia a faccia. (...) L’atmosfera è tesa. Qui, ancora più che al bazar, tutti sono assolutamente convinti che quella in corso è una grande congiura-crociata dell’Occidente per distruggere l’Islam, che l’Afghanistan è solo il primo obbiettivo e che l’unico modo di resistere è per tutto il mondo islamico di rispondere all’appello per la guerra santa.
«Vengano pure gli americani, così ci potremo procurare delle buone scarpe, togliendole ai cadaveri - dice uno dei giovani -. A voi la guerra costa tantissimo. A noi nulla. Non sconfiggerete mai l’Islam». Cerco di spiegare che la guerra in corso è contro il terrorismo, non l’Islam, cerco di dire che l’obbiettivo della coalizione internazionale guidata dagli americani non sono gli afgani, ma Osama Bin Laden e i talebani. Non convinco nessuno. «Io non so chi sia Osama - dice il «dottore» - non l’ho mai incontrato, ma se Osama è nato a causa delle ingiustizie commesse in Palestina e in Iraq, sappiate che le ingiustizie ora commesse in Afghanistan faranno nascere tanti, tanti altri Osama».

Di questo sono convinto e la prova è dinanzi ai miei occhi: l’ambulatorio è un centro di reclutamento per la jihad, il «dottore» è il capo di un gruppo di venti giovani che domani partirà per l’Afghanistan. Ognuno porterà un’arma, del cibo e del danaro. L’addestramento? Tutti, dice il «dottore», han fatto due mesi per imparare l’uso delle armi e le tecniche di guerriglia. Ma quel che conta è l’istruzione religiosa ricevuta nelle tante piccole scuole coraniche, le madrasse, sparse nella campagna.

Mi han portato a visitarne una. Disperante. Seduti per terra, davanti a dei tavolinetti di legno, una cinquantina di bambini - c’erano anche alcune bambine - dai tre ai dieci anni, tutti pallidi, magri e consunti, cantilenavano senza interruzione i versetti del Corano. Nella loro lingua? No, in arabo che nessuno sa. «Sanno però che chi riesce a imparare tutto il Corano a memoria, lui e tutta la sua famiglia andranno in paradiso per sette generazioni!», mi ha spiegato il giovane barbuto che faceva da istruttore. Trentacinque anni, sposato con cinque figli, ammalato di cuore, diceva che nonostante le sue condizioni di salute, anche lui sarebbe andato a combattere. Aspettava solo che gli americani scendessero dai loro aerei e si facessero vedere al suolo. «Se non smettono di bombardare costituiremo piccole squadre di uomini che andranno a mettere bombe e a piantare la bandiera dell’Islam in America. Se verranno presi dall’Fbi si suicideranno», diceva con un sorriso invasato.


A parte la memorizzazione del Corano le madrasse insegnano poco o nulla, ma per le famiglie povere della regione quella, pur miserissima, è l’unica educazione possibile. Il risultato sono i giovani che oggi vanno alla jihad e il crescente potere che i mullah, ugualmente ignoranti e ottusi, hanno sulla popolazione delle campagne grazie al loro monopolio sulla religione e sui fondi dei Paesi musulmani come l’Arabia Saudita. Dovunque ci siamo fermati in quelle ore non ho sentito che discorsi carichi di fanatismo, di superstizione, di certezze fondate sull’ignoranza. Eppure sentendo parlare questa gente, mi chiedevo quanto anche noi, pur colti e rimpinzati di conoscenze, siamo pieni di preteso sapere, quanto anche noi finiamo per credere alle bugie che ci raccontiamo. (...)

Anche noi ci facciamo illudere dalle parole e abbiamo davvero creduto che la prima operazione delle forze speciali americane in Afghanistan era intesa a trovare il centro di comando dei talebani, senza pensare che, come dice il mio amico pashtun «quel centro non esiste o è al massimo una capanna di fango con un tappeto da preghiera e qualche piccione viaggiatore, ora che i talebani non possono più usare le loro radioline facilmente intercettabili dagli americani». E non è il fanatismo di questi fondamentalisti, simile al nostro arrogante credere che abbiamo una soluzione per tutto? Non è la loro cieca fede in Allah, pari alla nostra fede nella scienza, nella tecnica, nella abilità di mettere la natura al nostro servizio? È con queste certezze che andiamo oggi a combattere in Afghanistan con i mezzi più sofisticati, gli aerei più invisibili, i missili più lungimiranti per rifarci di un atto di guerra commesso da qualcuno armato solo di tagliacarte e di una ferma determinazione a morire. Come non rendersi conto che per combattere il terrorismo siamo venuti a uccidere innanzitutto degli innocenti e con ciò ad aizzare ancor più un cane che giaceva? Come non vedere che abbiamo fatto un passo nella direzione sbagliata, che siamo entrati in una palude di sabbie mobili e che con ogni altro passo finiremo solo per allontanarci sempre di più dalla via di uscita?

martedì 23 dicembre 2014

Addio Mr Joe


È morto Joe Cocker, il "leone di Sheffield" e questa non è una buona notizia. Adoravo Joe Cocker, impossibile non amarlo e continuerò ad adorarlo perché una voce cosi non si può dimenticare e non tornerà più. E' stato un maestro di Soul, di Blues e di Rock puro ma è anche riuscito a infiammare il cuore di milioni di innamorati con canzoni romanticissime. Qualcuno ha detto che il suo era "un soul che arrivava dalle miniere", come a voler sottolineare la durezza del personaggio e anche il suo umile passato. Joe cocker batteva tutti in una cosa essenziale, la passione. Basta guardare un suo qualunque video per capire con quanto amore e calore si immedesimava nella sua musica.
Aspettavo un suo concerto italiano ma non ne ho avuto il tempo. Joe cocker era tra i bianchi la voce blues per eccellenza. Memorabile il duetto con Patty La Bella nella sua " You are so beautiful", da brividi, una delle canzoni più romantiche di sempre. Joe cocker mi ha sempre dato forti emozioni senza grandi sforzi. La sua voce resterà sempre impressa nella mia mente. Non c'è qualcosa di particolare che mi ha colpito di lui, era semplicemente Joe Cocker. Ho passato ore a guardare le sue performance. Non si può affermare che fosse un grande musicista, perché non lo era,  ma la sua rauca e impressionante voce è stata unica.
La sua passione e le sue espressioni facciali,  il modo in cui muoveva le mani, girando le dita su se stesse, il sorriso a denti stretti e il suo immancabile bicchiere di birra durante i concerti.
Milioni di persone hanno cantato e ballato la famosissima " you can leave your hat on" di nove settimane e mezzo o la sua versione di "Unchain my heart".
È sconvolgente la sua esibizione di Woodstock accanto ai più grandi chitarristi degli anni settanta.
Ha condotto una vita estrema Joe cocker, è caduto nel giro della droga e ed è stato schiavo dell'alcol per tanti anni. Ultimamente stava tornando a vivere ma è stato troppo tardi. Vinse anche un grammy con "Up where we belong" la canzone che lo ripropose al grande pubblico. E ancora "With a little help from my friends" e la Cover di "She is my lady".
Lascia un vuoto enorme tra gli appassionati di blues e di rock britannico.
Miss you so much Mr Joe.


mercoledì 17 dicembre 2014

La Transiberiana, tra Mosca e Pechino in treno

da "Senza Volo, storie e luoghi per viaggiare con lentezza" di Federico Pace
http://senzavolo.it/la-transiberiana-da-mosca-a-pechino-in-treno







È il gigante più grande di tutti e chiede la più grande porzione di pazienza possibile a uomini e donne. Pechino, la Mongolia, il lago Bajkal, la Siberia, gli Urali e Mosca. Contenere tutto insieme sembra impossibile. Lungo questa mastodontica strada ferrata capita di trovare le distese che l’occhio da solo non riesce a cogliere. Chi l’ha percorsa in un verso o nell’altro ha provato, invariabilmente, una specie di sfinimento e annullamento. La vastità dei paesaggi, i sei fusi orari, il bianco e il gelo. Forse perché cercare l’anima di un continente è impresa difficile, ma cercare di capire qualcosa, come accade sulla Transiberiana e sulla Transmongolica, di due popoli enigmatici come quello russo e cinese, è forse impossibile. La ferrovia attraversa l’Europa e l’Asia per quasi diecimila chilometri. E per andare da Mosca a Pechino ci si impiega un tempo che sembra quasi non finire mai.
Per la costruzione, che iniziò nel 1891, del tratto che va da Mosca a Vladivostok ci vollero quasi trent’anni. Gli inverni lunghissimi, la fatica immane e la paga misera. Alla fine vi lavorarono anche i condannati ai lavori forzati. Lo zar Alessandro III scelse il decimo anniversario di incoronazione per dare avvio ai lavori e volle che lo scartamento (ovvero la distanza tra le parti interne del binario) fosse diverso da quello dell’Europa e della Cina. Poi in seguito vennero realizzate la Transmongolica e la Transmanciuriana che la collegano alla Cina.
Per chi parte da Mosca dalla stazione Yaroslavsky, edificio costruito in stile neo-russo, il treno prende il via poco prima della dieci di sera e arriva alle sei del pomeriggio a Perm, la città europea che sta più a oriente di tutte. Poi, Pervouralsk dove c’è la stele che segna il confine dei due continenti. Il giorno successivo quando si arriva a Omsk, è già Siberia, già pianura infinita. Ed è gia un altrove remoto e affascinante.
Lo scrittore e grande reporter Ryszard Kapuściński, nell’inverno del 1958, ha viaggiato a bordo della Transiberiana nel verso che va da Pechino a Mosca. Il treno oggi parte da Pechino alle undici di sera e corre verso est per arrivare a Shenyang alle nove del mattino e poi a Harbin alle tre del pomeriggio. Poi taglia la Manciuria e sale verso il Grande Khingan, varca il confine e arriva a Cita verso le nove del giorno successivo. Quel viaggio lo fece a cinque anni dalla morte di Stalin, nei tempi in cui esisteva ancora il vecchio impero sovietico e la Cina era un gigante insonnolito.
Nella Siberia meridionale, il treno corre per oltre duecento chilometri lungo l’immenso lago Bajkal. Un lago dalle profondità infinite. I suoi abissi sono i più profondi al mondo e scendono fino a oltre mille e seicento metri. Proprio questo fu l’ultimo tratto che venne costruito della ferrovia. Il più difficile di tutti. Le montagne alte oltre duemila metri, il lago ghiacciato e le tempeste improvvise. Si pensò di evitare di costruire la ferrovia e per alcuni anni si provò a trasportare il treno su un gigantesco ferry boat. L’impresa non riuscì. Alla fine la ferrovia venne costruita e i tunnel aperti con piccozze e candelotti. Kapuściński, il lago Bajkal non riuscì a vederlo. Neppure per un istante. Ci passò di notte e, nel finestrino, riuscì a cogliere solo una macchia nera.
Il treno arriva nella capitale della Siberia, Novosibirsk. La città all’inizio era sorta come semplice centro per la costruzione dell’immensa ferrovia. Oggi è il maggiore polo culturale della Siberia e ci sono oltre un milione e quattrocentomila di abitanti. Da qui mancano ancora 3303 chilometri a Mosca e tre giorni di viaggio. Per Kapuściński, a questo punto, la cosa più difficile da sopportare fu lo sferragliare delle ruote. Nel fracasso, notò Kapuściński, «ci si è imprigionati dentro come in una gabbia sgangherata e traballante».
Oggi la Transiberiana pare un grande mercato. Tutto si vende e tutto si compra. Anche qui le distese sono infinite e l’anima profonda della Russia pare sfuggire. Persino a Kapuściński: «La Russia è sì uno spazio vasto e sconfinato, ma questa sua grandezza risulta così schiacciante da mozzare il fiato e impedire il respiro». Solo quando Kapuściński si avvicina alla stazione Jaroslavskij è preso da una specie di sollievo.
La Transiberiana è un’impresa paradossale. Fu voluta strenuamente dallo zar Alessandro III e poi dal figlio Nicola II. Ma venne completata solo nel 1916 quando l’impero implose.Si dice che la rivoluzione d’ottobre venne decisa, in quei giorni, durante un viaggio di sette giorni a bordo di un treno che nel 1917 proveniva da Zurigo e andava verso Pietroburgo. Su quel treno c’era Lenin.
Qualche anno dopo l’implosione dell’altro impero comunista avvenuta nel 1989, cinque anni dopo la caduta del muro di Berlino, Aleksandr Solzenicyn esule dal 1974, arrivò dagli Stati Uniti a bordo di un aereo fino a Vladivostok. Da qui Solzenicyn percorse tutta la Russia a bordo della Transiberiana in un andare lento senza tappe predefinite. Tutti i deportati lo salutavano alzando una rosa. Alla conferenza stampa poco prima di partire, Solzenicyn disse di volere fare quel viaggio per capire cosa era successo alla Russia e al suo popolo. Concluse dicendo di volere vedere la Siberia perché fino ad allora l’aveva vista «solo dal finestrino di un vagone di prigionieri».