giovedì 19 novembre 2015

I demoni di Syd Barrett in una graphic novel

da  http://www.rollingstone.it/cultura/interviste-cultura/i-demoni-di-syd-barrett-in-una-graphic-novel/2015-11-13/Part1

In due anni ha fatto la storia del rock, ma gli eccessi lo hanno divorato, e i Pink Floyd sono andati avanti senza di lui. Ne abbiamo parlato con lo sceneggiatore del fumetto "Wish You Were Here"

 

Sembra che sia impossibile scindere la storia (nel senso anche didattico del termine) della musica rock dagli eccessi – puzza di cliché, è vero, ma i fatti parlano chiaro. Qualcuno ci ha lasciato le penne, più di uno, altri hanno trascinato i loro problemi fino a una fine piuttosto ingloriosa. Questo è il caso di Syd Barrett, fondatore dei Pink Floyd con Nick Mason, Roger Waters, Richard Wright e Bob Klose, a cui David Gilmour si è unito nel 1968 per sostenere Barrett durante le performance. Presto Barrett ha iniziato ad abusare di droghe (in particolare LSD), e dopo essere diventato totalmente inaffidabile, lascia il gruppo e resta sempre più invischiato nei sui demoni. Questa è la storia che racconta Wish You Were Here – Syd Barrett e i Pink Floyd, la graphic novel disegnata da Luca Lenci e scritta da Danilo Deninotti pubblicata da Edizioni BD. Abbiamo parlato con lo sceneggiatore per capire le ragioni per raccontare questa storia, e come mai ci interessano tanto le vite dei disgraziati.
Conoscevi già la storia di Syd Barrett o l’hai approfondita per questo fumetto?
Conoscevo già bene la storia di Barrett. E’ una figura che mi ha sempre affascinato molto. Pensa che, ormai parecchi anni fa, ero arrivato a desiderare talmente tanto il primo disco dei Pink Floyd – lo avevo ascoltato solo in cassetta, prestata da un amico – che l’ho acquistato spendendo l’intera paga di una giornata di lavoro da standista a una fiera.
Al di là dell’aneddoto, sapevo che, dopo Cobain, volevo raccontare una storia che continuasse a esplorare i legami e l’amicizia, ma in una polarità opposta, fatta di distanze e assenza. E in questo, la storia di Barrett e dei Pink Floyd era perfetta.
Chiaramente poi, prima di mettermi a scrivere, ho passato un paio di mesi a studiare i testi che non avevo letto e recuperare filmati e documentari che non avevo visto.
Nonostante l’epica riguardo al periodo, la fase finale degli anni ’60 non è stata solo amore e libertà, e la storia di Barrett ne è un simbolo. In un certo senso ha pagato il conto anche per gli eccessi degli altri?
Sicuramente la vicenda di Barrett, ma anche le fini tragiche di Hendrix o di Janis Joplin, sono esempi di come tutto quel periodo e la sua mitologia avesse anche un lato decisamente oscuro, che sul finire del decennio ha riscosso un conto salato. Ma credo sia esagerato definirlo così. Moltissimi eccedevano e lui ha avuto più sfortuna di altri. Alla fine, ogni persona, a prescindere dall’epoca in cui vive, ha a che fare i propri demoni, i propri fantasmi e le proprie paure. Qualcuno supera gli ostacoli, qualcuno impara a conviverci, altri, purtroppo, non ce la fanno.

Come consideri la “gestione” dei problemi di Barrett fatta dagli altri componenti dei Pink Floyd?
Sai, vero, che qualsiasi risposta rischia di valermi una denuncia dall’avvocato di Roger Waters? [ride] Tutti conoscono l’aneddoto in cui, un giorno, gli altri Pink Floyd non sono andati a prendere Syd prima di un concerto ponendo, di fatto, fine alla sua presenza nella band. Sono dinamiche classiche e tipici cliché del rock: un componente della band non è più gestibile e se vuoi andare avanti devi fare qualcosa. Può essere triste ed egoista, soprattutto se quello che viene fatto fuori è un tuo amico; ma è così che funziona da sempre.
C’è però anche l’altro lato della medaglia. Gli stessi Floyd sono i primi che hanno cercato più volte e senza successo di portare Barrett da un medico. Io credo che ci abbiano davvero provato a fare qualcosa per lui, che non lo abbiano abbandonato (ne sono dimostrazione gli sforzi di Gilmour e Waters nella registrazione dei suoi album solisti) e che gli abbiano sempre voluto bene. Ma, come faccio anche dire a Waters nel fumetto – che è poi ciò che è accaduto a Syd – “quello di ognuno di noi, è un viaggio solitario”.
Questo è il secondo fumetto musicale che hai scritto, dopo Kurt Cobain – Quando ero un alieno. Ti piacciono i disgraziati di talento?
Mi ha sempre affascinano come spesso sia impossibile sopravvivere a un certo tipo di talento unico. Come grazie a un talento eccezionale, determinati artisti riescano ad arrivare in spazi che prima si pensavano irraggiungibili o creare cose che solo loro potevano fare, e come lo stesso talento finisca però per autodistruggerli. Oltre a questo, tra i due fumetti c’è anche un legame. Quando ero un alieno finiva prima del successo, Wish you were here racconta invece che cosa succede dopo.

 


mercoledì 18 novembre 2015

American Writers Museum


Nella bellissima Chicago nascerà entro i prossimi 18 mesi l'American Writers Museum, il primo museo dedicato totalmente agli scrittori americani.
L'obiettivo del museo è quello di analizzare e diffondere l'influenza che i writers americani hanno avuto sullo sviluppo della cultura del paese. Il museo avrà sede sulla North Michigan Avenue, in centro città, vicino al 
Chicago Cultural Center e l'Arts Institute of Chicago.
Il progetto prevede interi padiglioni celebrativi dedicati ai più grandi scrittori, tra cui Mark Twain, Jack Kerouac, Ernest Hemingway, Malville, Edgard Allan Poe.
La fondazione che gestirà il museo ha gia stipulato convenzioni con le maggiori università americane, con le case editrici e con romanzieri americani attuali.
Saranno disponibili varie sezioni all'interno della struttura tra cui quella delle nuove forme di scrittura che si espandono tramite social network e il giornalismo digitale. Ovvio la presenza dell'area dedicata ai classici e quella per i bimbi. Mi salta in mente subito "Moby Dick".


Il museo finanziato in parte dallo Stato ha anche ricevuto finanziamenti privati per oltre 3 milioni di dollari. Le attese sono di oltre 100000 visitatori l'anno.
Penso che la letteratura americana abbia influito moltissimo sulla formazione della cultura occidentale e sono molto curioso di questa nuova apertura. 
Scrittori come Hemingway o Twain sono ormai parte integrante anche della vastissima cultura europea. 
Anche la scelta della città penso sia consona, la fantastica Chicago, città per eccellenza dell'american style è il luogo ideale. 




lunedì 16 novembre 2015

L'idea di Europa che ci evita la guerra


Quello che è successo in Francia potrebbe succedere in qualunque altro paese del mondo e soprattutto è imprevedibile.
Fermare il terrore di questi giorni è possibile ma per fare questo è necessario capire cos’è l’Isis e soprattutto capire che parte deve recitare ogni attore presente nel panorama mondiale.
Vorrei porre e pormi delle domande che a mio parere sono essenziali per cercare di affrontare la situazione.
Cos’è l’Is? Da cosa nasce? Come si finanzia?
Che ruolo hanno le superpotenze mondiali sull’esistenza della stessa? Cosa pensa di fare l’Europa?
Sono tutte domande a cui non possiamo più mostrare indifferenza. L'unica linea guida da seguire per abbattere il terrore deve essere quella di un’alleanza mondiale contro il califfato, che va abbattuto velocemente in maniera intelligente e senza rischi.
L’isis è di per se un nemico incomprensibile che non ha sede fisica, oltre al califfato, che si espande oltre i confini di un’area geografica ben definita ed ha assunto un ruolo ideologico non trascurabile. Lo stesso generale Michael Nagata, comandante americano in Medio Oriente ha dichiarato che : «Non abbiamo sconfitto le idee di Isis, in realtà non riusciamo nemmeno a comprenderle». Cerchiamo di analizzare l'Isis, come e quando nasce. In questa ricostruzione cercherò di tenere fuori teorie non verificate e accuse che tanto piacciono a complottisti da bar.
Partiamo dal presupposto che Isis nasce in Iraq e nasce da una cellula di Al Qaeda. Al Qaeda in Iraq viene sconfitta dagli americani, almeno in senso militare, ma i militanti e gli aderenti all’organizzazione si riorganizzano dopo il ritiro del 2011. Lo scontro interno al paese tra sunniti e sciiti fa si che i primi sentendosi non tutelati si rivolgono nuovamente ai jihadisti. Da li riparte Al Qaeda che cambia nome in Is e si ritrova a capo Abu Bakr Baghdadi.
Tutta la vicenda parte da una resa dei conti tra i vari gruppi che popolano l’Islam.
Il califfato pretende l’attuazione della Sharia ed ovviamente è la parte più intransigente dell’Islam. I primi nemici dell’isis sono gli arabi moderati, coloro che secondo gli aderenti si sono fatti sedurre dallo stile di vita occidentale, ovvero infedele, e quindi i responsabili dell’inquinamento della religione di Maometto.
Secondo i fanatici del Califfato non è ammessa nessuna modernizzazione all’interno della loro società e hanno una visione storica e sociale del mondo che va contro il buon senso e la ragione.
L'Isis non ha niente a che vedere con la religione e l'Islam, non è azzardato affermare che l'Isis è l'antireligione.
L’occidente ha perso delle grandi occasioni per tutelare e riscattare la voglia di libertà degli arabi moderati, che poi sono il 90% della popolazione araba. La primavera araba non è stata supportata adeguatamente ed abbiamo lasciato migliaia di persone che erano alla ricerca dela libertà nelle mani di criminali, che li hanno schiavizzato e trattato come animali. La primavera araba si è conclusa con la presa del potere da parte dei fanatici, scansando coloro che l'avevano promossa.
Nei paesi estremisti non è tollerata la minima libertà di pensiero o di parola se in contrasto con l’Islam. Siamo alla follia.
Ovviamente oltre ad una visione distorta di religione vi è anche una ricerca continua di potere. Più che una guerra santa è una guerra ed un conflitto perenne tra gruppi rivali che affermano il loro odio secolare in ragioni di supremazia politica ed economica, che non fa altro che aggiornarsi ed evolversi.
A conferma di questo c’è il numero elevatissimo di attentati che avviene nel mondo arabo.
In Europa o negli Usa, il numero di attentati compiuti lo possiamo contare sulle dita di una mano. Nel mondo arabo e in Africa gli attentati sono all’ordine del giorno.
Anche nella stessa Siria, diventata il centro del conflitto e l’occasione di popolarità per l’Isis, è in atto uno scontro tra gruppi. I sunniti vedono in Assad il protettore degli sciiti e questo ha portato alla guerra continua che si sta vivendo nella regione. Ma dove tutto è scoppiato è sicuramente la Libia. Il crocevia del califfato, la svolta si è avuta dopo la destituzione di Gheddafi.

Il Califfato ha precisi finanziatori senza cui non potrebbe tenersi in piedi. L’Arabia Saudita, il Qatar e il Kuwait sono i primi finanziatori dell’Isis. La teoria secondo cui l’America attualmente finanzi l’Isis è priva di fondamento. Di contro è certissimo che gli Usa sono in affari con i sauditi da anni e questo ha potuto portare dollari anche nelle tasche dei terroristi. Va ricordato che loro hanno un giro di milioni di dollari ricavato dalla vendita del petrolio.
Sicuramente ciò che hanno appreso dagli americani è la divulgazione di notizie e la propaganda che gli permette di reclutare adepti tra cui anche occidentali.
Basta guardare un qualsiasi video di propaganda Isis per capire che sono copie di quelli dell’esercito americano. Penso che l’errore più grande degli Stati Uniti, invece, sia quello di aver favorito lo stabilirsi degli jihadisti in Afghanistan durante la guerra contro l’Unione sovietica, legittimando questi criminali. Era la guerra fredda, e furono commessi errori. Dopo la vittoria, i jihadisti rimasero, formando il movimento dei talebani che successivamente fu sostenuto da Washington. Dopo un po’ di anni quello stesso movimento scappò di mano alla regia statunitense e questo portò all’undici settembre. Ma qui si fa inutile indietrologia.
Questa breve ed incompleta cronostoria ci porta a capire che Isis non è Islam e le prime vittime di questa idea folle sono i musulmani che contano qualcosa come 100 milioni di morti per mano del terrorismo islamico dagli anni novanta ad oggi.
Detto questo allora si dovrebbe capire che per procedere all'emarginazione di questi folli occorre un'allenza con il mondo arabo, elemento essenziale per combattere il fenomeno. Le migliaia di profughi che scappano dalle guerre sante di questi senza cervello sono vittime e non alleati di Isis.
La presa di posizione di quasi tutti gli Imam europei contro queste barbarie e le campagne tramite social network lanciate dai giovani musulmani rendono l'idea, non ultima #notinmyname con cui si prendono le distanze dagli attentati.
Oggi chi tenta in maniera subdola di confondere i terroristi con le comunità islamiche fa un grande torto a questi ultimi ed anche un grande regalo all'Isis che mira alle divisioni interne ed all'indebolimento delle condizioni di integrazione degli immigrati.
Dobbiamo chiedere ed ottenere un maggiore coinvolgimento delle comunità musulmane europee e dare mezzi e forza ai moderati e alle idee progressiste della penisola araba. Questa penso sia l'unica via da seguire per provare a sistemare questo eterno conflitto che rischia di risolversi in un nulla di fatto.
Solo dopo che avremo trovato solido alleato il popolo arabo potremmo tentare di rinchiudere il Califfato dentro confini ben definiti, possiamo isolare ed eventualmente provare un azione militare, che oggi deve essere assolutamente evitata. Questa guerra va combattuta con l'intelligence e non con i bombardamenti a tappeto.
Va evitata assolutamente la morte di civili inermi e senza colpe, va evitato l'odio contro l'occidente troppe volte fomentato  da noi stessi. Non possiamo gettare benzina sul fuoco e creare condizioni favorevoli all'espansione dell 'Isis, questa è follia.
Vorrei infine parlare del ruolo che dovrebbe assume l'Europa.
Sicuramente una coalizione a guida Usa o Russia non sarà accettata di buon grado dai paesi arabi per semplici motivi. I russi sono i più tenaci alleati di Assad e i finanziatori di una parte di questa lotta fraticida tutta araba, gli sciiti. Gli Americani hanno attirato troppo odio verso se stessi, nessuno dimentica le barbarie di George Bush, e le sue guerre preventive, finalmente archiaviate come errore anche dal popolo d'oltre oceano.
La regia deve essere a guida europea, perche il vecchio continente ha le giuste caratteristiche per risolvere la crisi ed evitare lo scoppio di un nuovo conflitto che sarebbe tragico per tutti.
Cosa ci manca allora? Ci manca la vera unione, siamo troppo frammentati e senza una visione completa da portare avanti. Siamo divisi su tutto, ci impantaniamo su piccole cose e tendiamo a rievocare vecchie storie romantiche e dimenticati conflitti tra Stati. Dobbiamo per una volta, mettere da parte tutte queste cose e dimostrare maturità politica, assumendo la guida di una grande coalizione sotto l'egidia Onu che dia via ad una trattativa veloce e risolutiva.
Dobbiamo raccontarci l'Europa, come afferma in un pezzo sul Corriere di ieri Alessandro Baricco. Dobbiamo unirci per le mille cose che ci accomunano e non dividerci per cose che nemmeno sentiamo nostre.
Dobbiamo farlo subito perche lo scoppio di una guerra senza fine è dietro l'angolo.

Il sultano e San Francesco

In questi tristi giorni in cui Oriana Fallaci viene citata a sproposito da chi cerca di legittimare ad ogni costo la guerra, io preferisco Tiziano Terzani e i suoi scritti. Allo skyline che la signora ammirava dalla sua calda casa di Nyc, io preferisco la baita dell'Himalaya dello scrittore fiorentino, profondo conoscitore delle menti umane ed ineguagliabile esperto del mondo orientale.
Ecco perche riporto sul blog la lettera che Terzani invió alla Fallaci nel 2011 dopo "La rabbia e l'orgoglio" e l'attentato alle twin towers. 
Non occorre citare altro, davanti alla grandezza di Terzani è necessario bloccare le parole e leggere.





Il Sultano e San Francesco
Oriana, dalla finestra di una casa poco lontana da quella in cui anche tu sei nata, guardo le lame austere ed eleganti dei cipressi contro il cielo e ti penso a guardare, dalle tue finestre a New York, il panorama dei grattacieli da cui ora mancano le Torri Gemelle. Mi torna in mente un pomeriggio di tanti, tantissimi anni fa quando assieme facemmo una lunga passeggiata per le stradine di questi nostri colli argentati dagli ulivi. Io mi affacciavo, piccolo, alla professione nella quale tu eri già grande e tu proponesti di scambiarci delle «Lettere da due mondi diversi»: io dalla Cina dell’ immediato dopo-Mao in cui andavo a vivere, tu dall’ America. Per colpa mia non lo facemmo. Ma è in nome di quella tua generosa offerta di allora, e non certo per coinvolgerti ora in una corrispondenza che tutti e due vogliamo evitare, che mi permetto di scriverti. Davvero mai come ora, pur vivendo sullo stesso pianeta, ho l’ impressione di stare in un mondo assolutamente diverso dal tuo.
Ti scrivo anche – e pubblicamente per questo – per non far sentire troppo soli quei lettori che forse, come me, sono rimasti sbigottiti dalle tue invettive, quasi come dal crollo delle due Torri. Là morivano migliaia di persone e con loro il nostro senso di sicurezza; nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana – la ragione; il meglio del cuore – la compassione. Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. «Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia», scrisse, disperato dal fatto che, dinanzi all’ indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua. Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi. Lui usò di quel consapevole silenzio per scrivere Gli ultimi giorni dell’ umanità, un’ opera che sembra essere ancora di un’ inquietante attualità. Pensare quel che pensi e scriverlo è un tuo diritto. Il problema è però che, grazie alla tua notorietà, la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta. Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza. L’ orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. È un momento anche di enorme responsabilità perché certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell’ odio che dorme in ognuno di noi ed a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l’ uccidere. «Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me», scriveva nel 1925 quella bell’ anima di Gandhi. Ed aggiungeva: «Finché l’ uomo non si metterà di sua volontà all’ ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza». E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La salvezza non è nella tua rabbia accalorata, né nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela più accettabile, «Libertà duratura».
O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo è mondo non c’ è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmen questa. Quel che ci sta succedendo è nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. È una grande occasione. Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo d’ aver davanti prima dell’ 11 settembre e soprattutto non arrendiamoci alla inevitabilità di nulla, tanto meno all’ inevitabilità della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta. Le guerre sono tutte terribili. Il moderno affinarsi delle tecniche di distruzione e di morte le rendono sempre più tali. Pensiamoci bene: se noi siamo disposti a combattere la guerra attuale con ogni arma a nostra disposizione, compresa quella atomica, come propone il Segretario alla Difesa americano, allora dobbiamo aspettarci che anche i nostri nemici, chiunque essi siano, saranno ancor più determinati di prima a fare lo stesso, ad agire senza regole, senza il rispetto di nessun principio. Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor più terribile violenza – ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove -, alla nostra ne seguirà necessariamente una loro ancora più orribile e poi un’ altra nostra e così via. Perché non fermarsi prima? Abbiamo perso la misura di chi siamo, il senso di quanto fragile ed interconnesso sia il mondo in cui viviamo, e ci illudiamo di poter usare una dose, magari «intelligente», di violenza per mettere fine alla terribile violenza altrui. Cambiamo illusione e, tanto per cominciare, chiediamo a chi fra di noi dispone di armi nucleari, armi chimiche e armi batteriologice – Stati Uniti in testa – d’ impegnarsi solennemente con tutta l’umanità a non usarle mai per primo, invece di ricordarcene minacciosamente la disponibilità. Sarebbe un primo passo in una nuova direzione. Non solo questo darebbe a chi lo fa un vantaggio morale – di per sé un’ arma importante per il futuro -, ma potrebbe anche disinnescare l’ orrore indicibile ora attivato dalla reazione a catena della vendetta. In questi giorni ho ripreso in mano un bellissimo libro (peccato che non sia ancora in italiano) di un vecchio amico, uscito due anni fa in Germania. Il libro si intitola Die Kunst, nicht regiert zu werden: ethische Politik von Sokrates bis Mozart (L’ arte di non essere governati: l’ etica politica da Socrate a Mozart). L’ autore è Ekkehart Krippendorff, che ha insegnato per anni a Bologna prima di tornare all’ Università di Berlino. La affascinante tesi di Krippendorff è che la politica, nella sua espressione più nobile, nasce dal superamento della vendetta e che la cultura occidentale ha le sue radici più profonde in alcuni miti, come quello di Caino e quello delle Erinni, intesi da sempre a ricordare all’ uomo la necessità di rompere il circolo vizioso della vendetta per dare origine alla civiltà. Caino uccide il fratello, ma Dio impedisce agli uomini di vendicare Abele e, dopo aver marchiato Caino – un marchio che è anche una protezione -, lo condanna all’ esilio dove quello fonda la prima città.
La vendetta non è degli uomini, spetta a Dio. Secondo Krippendorff il teatro, da Eschilo a Shakespeare, ha avuto una funzione determinante nella formazione dell’ uomo occidentale perché col suo mettere sulla scena tutti i protagonisti di un conflitto, ognuno col suo punto di vista, i suoi ripensamenti e le sue possibili scelte di azione, il teatro è servito a far riflettere sul senso delle passioni e sulla inutilità della violenza che non raggiunge mai il suo fine. Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo insieme i soli protagonisti ed i soli spettatori, e così, attraverso le nostre televisioni ed i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore. A te, Oriana, i kamikaze non interessano. A me tanto invece. Ho passato giorni in Sri Lanka con alcuni giovani delle «Tigri Tamil», votati al suicidio. Mi interessano i giovani palestinesi di «Hamas» che si fanno saltare in aria nelle pizzerie israeliane. Un po’ di pietà sarebbe forse venuta anche a te se in Giappone, sull’ isola di Kyushu, tu avessi visitato Chiran, il centro dove i primi kamikaze vennero addestrati e tu avessi letto le parole, a volte poetiche e tristissime, scritte segretamente prima di andare, riluttanti, a morire per la bandiera e per l’ Imperatore. I kamikaze mi interessano perché vorrei capire che cosa li rende così disposti a quell’ innaturale atto che è il suicidio e che cosa potrebbe fermarli. Quelli di noi a cui i figli – fortunatamente – sono nati, si preoccupano oggi moltissimo di vederli bruciare nella fiammata di questo nuovo, dilagante tipo di violenza di cui l’ ecatombe nelle Torri Gemelle potrebbe essere solo un episodio. Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire.
Capire, perché io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali. Niente nella storia umana è semplice da spiegare e fra un fatto ed un altro c’è raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni evento, anche della nostra vita, è il risultato di migliaia di cause che producono, assieme a quell’ evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre migliaia di effetti. L’ attacco alle Torri Gemelle è uno di questi eventi: il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti. Certo non è l’ atto di «una guerra di religione» degli estremisti musulmani per la conquista delle nostre anime, una Crociata alla rovescia, come la chiami tu, Oriana. Non è neppure «un attacco alla libertà ed alla democrazia occidentale», come vorrebbe la semplicistica formula ora usata dai politici.
Un vecchio accademico dell’ Università di Berkeley, un uomo certo non sospetto di anti-americanismo o di simpatie sinistrorse dà di questa storia una interpretazione completamente diversa. «Gli assassini suicidi dell’ 11 settembre non hanno attaccato l’ America: hanno attaccato la politica estera americana», scrive Chalmers Johnson nel numero di The Nation del 15 ottobre. Per lui, autore di vari libri – l’ ultimo, Blowback, contraccolpo, uscito l’ anno scorso (in Italia edito da Garzanti ndr) ha del profetico – si tratterebbe appunto di un ennesimo «contraccolpo» al fatto che, nonostante la fine della Guerra Fredda e lo sfasciarsi dell’ Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno mantenuto intatta la loro rete imperiale di circa 800 installazioni militari nel mondo. Con una analisi che al tempo della Guerra Fredda sarebbe parsa il prodotto della disinformazione del Kgb, Chalmers Johnson fa l’ elenco di tutti gli imbrogli, complotti, colpi di Stato, delle persecuzioni, degli assassinii e degli interventi a favore di regimi dittatoriali e corrotti nei quali gli Stati Uniti sono stati apertamente o clandestinamente coinvolti in America Latina, in Africa, in Asia e nel Medio Oriente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi.
Il «contraccolpo» dell’ attacco alle Torri Gemelle ed al Pentagono avrebbe a che fare con tutta una serie di fatti di questo tipo: fatti che vanno dal colpo di Stato ispirato dalla Cia contro Mossadeq nel 1953, seguito dall’ installazione dello Shah in Iran, alla Guerra del Golfo, con la conseguente permanenza delle truppe americane nella penisola araba, in particolare l’ Arabia Saudita dove sono i luoghi sacri dell’ Islam. Secondo Johnson sarebbe stata questa politica americana «a convincere tanta brava gente in tutto il mondo islamico che gli Stati Uniti sono un implacabile nemico». Così si spiegherebbe il virulento anti-americanismo diffuso nel mondo musulmano e che oggi tanto sorprende gli Stati Uniti ed i loro alleati. Esatta o meno che sia l’ analisi di Chalmers Johnson, è evidente che al fondo di tutti i problemi odierni degli americani e nostri nel Medio Oriente c’ è, a parte la questione israeliano-palestinese, la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare nelle mani di regimi «amici», qualunque essi fossero, le riserve petrolifere della regione. Questa è stata la trappola. L’ occasione per uscirne è ora. Perché non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perché non studiamo davvero, come avremmo potuto già fare da una ventina d’ anni, tutte le possibili fonti alternative di energia? Ci eviteremmo così d’ essere coinvolti nel Golfo con regimi non meno repressivi ed odiosi dei talebani; ci eviteremmo i sempre più disastrosi «contraccolpi» che ci verranno sferrati dagli oppositori a quei regimi, e potremmo comunque contribuire a mantenere un migliore equilibrio ecologico sul pianeta. Magari salviamo così anche l’ Alaska che proprio un paio di mesi fa è stata aperta ai trivellatori, guarda caso dal presidente Bush, le cui radici politiche – tutti lo sanno – sono fra i petrolieri.
A proposito del petrolio, Oriana, sono certo che anche tu avrai notato come, con tutto quel che si sta scrivendo e dicendo sull’ Afghanistan, pochissimi fanno notare che il grande interesse per questo paese è legato al fatto d’ essere il passaggio obbligato di qualsiasi conduttura intesa a portare le immense risorse di metano e petrolio dell’ Asia Centrale (vale a dire di quelle repubbliche ex-sovietiche ora tutte, improvvisamente, alleate con gli Stati Uniti) verso il Pakistan, l’India e da lì nei paesi del Sud Est Asiatico. Il tutto senza dover passare dall’ Iran. Nessuno in questi giorni ha ricordato che, ancora nel 1997, due delegazioni degli «orribili» talebani sono state ricevute a Washington (anche al Dipartimento di Stato) per trattare di questa faccenda e che una grande azienda petrolifera americana, la Unocal, con la consulenza niente di meno che di Henry Kissinger, si è impegnata col Turkmenistan a costruire quell’ oleodotto attraverso l’ Afghanistan. È dunque possibile che, dietro i discorsi sulla necessità di proteggere la libertà e la democrazia, l’ imminente attacco contro l’ Afghanistan nasconda anche altre considerazioni meno altisonanti, ma non meno determinanti. È per questo che nell’ America stessa alcuni intellettuali cominciano a preoccuparsi che la combinazione fra gli interessi dell’ industria petrolifera con quelli dell’ industria bellica – combinazione ora prominentemente rappresentata nella compagine al potere a Washington – finisca per determinare in un unico senso le future scelte politiche americane nel mondo e per limitare all’ interno del paese, in ragione dell’ emergenza anti-terrorismo, i margini di quelle straordinarie libertà che rendono l’ America così particolare. Il fatto che un giornalista televisivo americano sia stato redarguito dal pulpito della Casa Bianca per essersi chiesto se l’ aggettivo «codardi», usato da Bush, fosse appropriato per i terroristi-suicidi, così come la censura di certi programmi e l’ allontanamento da alcuni giornali, di collaboratori giudicati non ortodossi, hanno aumentato queste preoccupazioni. L’ aver diviso il mondo in maniera – mi pare – «talebana», fra «quelli che stanno con noi e quelli contro di noi», crea ovviamente i presupposti per quel clima da caccia alle streghe di cui l’ America ha già sofferto negli anni Cinquanta col maccartismo, quando tanti intellettuali, funzionari di Stato ed accademici, ingiustamente accusati di essere comunisti o loro simpatizzanti, vennero perseguitati, processati e in moltissimi casi lasciati senza lavoro.
Il tuo attacco, Oriana – anche a colpi di sputo – alle «cicale» ed agli intellettuali «del dubbio» va in quello stesso senso. Dubitare è una funzione essenziale del pensiero; il dubbio è il fondo della nostra cultura. Voler togliere il dubbio dalle nostre teste è come volere togliere l’ aria ai nostri polmoni. Io non pretendo affatto d’ aver risposte chiare e precise ai problemi del mondo (per questo non faccio il politico), ma penso sia utile che mi si lasci dubitare delle risposte altrui e mi si lasci porre delle oneste domande. In questi tempi di guerra non deve essere un crimine parlare di pace. Purtroppo anche qui da noi, specie nel mondo «ufficiale» della politica e dell’ establishment mediatico, c’ è stata una disperante corsa alla ortodossia. È come se l’ America ci mettesse già paura. Capita così di sentir dire in televisione a un post-comunista in odore di una qualche carica nel suo partito, che il soldato Ryan è un importante simbolo di quell’ America che per due volte ci ha salvato. Ma non c’ era anche lui nelle marce contro la guerra americana in Vietnam?
Per i politici – me ne rendo conto – è un momento difficilissimo. Li capisco e capisco ancor più l’ angoscia di qualcuno che, avendo preso la via del potere come una scorciatoia per risolvere un piccolo conflitto di interessi terreni si ritrova ora alle prese con un enorme conflitto di interessi divini, una guerra di civiltà combattuta in nome di Iddio e di Allah. No. Non li invidio, i politici. Siamo fortunati noi, Oriana. Abbiamo poco da decidere e non trovandoci in mezzo ai flutti del fiume, abbiamo il privilegio di poter stare sulla riva a guardare la corrente. Ma questo ci impone anche grandi responsabilità come quella, non facile, di andare dietro alla verità e di dedicarci soprattutto «a creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia», come ha scritto Edward Said, professore di origine palestinese ora alla Columbia University, in un saggio sul ruolo degli intellettuali uscito proprio una settimana prima degli attentati in America. Il nostro mestiere consiste anche nel semplificare quel che è complicato. Ma non si può esagerare, Oriana, presentando Arafat come la quintessenza della doppiezza e del terrorismo ed indicando le comunità di immigrati musulmani da noi come incubatrici di terroristi.
Le tue argomentazioni verranno ora usate nelle scuole contro quelle buoniste, da libro Cuore, ma tu credi che gli italiani di domani, educati a questo semplicismo intollerante, saranno migliori? Non sarebbe invece meglio che imparassero, a lezione di religione, anche che cosa è l’ Islam? Che a lezione di letteratura leggessero anche Rumi o il da te disprezzato Omar Kayan? Non sarebbe meglio che ci fossero quelli che studiano l’ arabo, oltre ai tanti che già studiano l’ inglese e magari il giapponese? Lo sai che al ministero degli Esteri di questo nostro paese affacciato sul Mediterraneo e sul mondo musulmano, ci sono solo due funzionari che parlano arabo? Uno attualmente è, come capita da noi, console ad Adelaide in Australia. Mi frulla in testa una frase di Toynbee: «Le opere di artisti e letterati hanno vita più lunga delle gesta di soldati, di statisti e mercanti. I poeti ed i filosofi vanno più in là degli storici. Ma i santi e i profeti valgono di più di tutti gli altri messi assieme». Dove sono oggi i santi ed i profeti? Davvero, ce ne vorrebbe almeno uno! Ci rivorrebbe un San Francesco. Anche i suoi erano tempi di crociate, ma il suo interesse era per «gli altri», per quelli contro i quali combattevano i crociati. Fece di tutto per andarli a trovare. Ci provò una prima volta, ma la nave su cui viaggiava naufragò e lui si salvò a malapena. Ci provò una seconda volta, ma si ammalò prima di arrivare e tornò indietro. Finalmente, nel corso della quinta crociata, durante l’ assedio di Damietta in Egitto, amareggiato dal comportamento dei crociati («vide il male ed il peccato»), sconvolto da una spaventosa battaglia di cui aveva visto le vittime, San Francesco attraversò le linee del fronte. Venne catturato, incatenato e portato al cospetto del Sultano. Peccato che non c’ era ancora la Cnn – era il 1219 – perché sarebbe interessantissimo rivedere oggi il filmato di quell’ incontro. Certo fu particolarissimo perché, dopo una chiacchierata che probabilmente andò avanti nella notte, al mattino il Sultano lasciò che San Francesco tornasse, incolume, all’ accampamento dei crociati. Mi diverte pensare che l’ uno disse all’ altro le sue ragioni, che San Francesco parlò di Cristo, che il Sultano lesse passi del Corano e che alla fine si trovarono d’ accordo sul messaggio che il poverello di Assisi ripeteva ovunque: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Mi diverte anche immaginare che, siccome il frate sapeva ridere come predicare, fra i due non ci fu aggressività e che si lasciarono di buon umore sapendo che comunque non potevano fermare la storia. Ma oggi? Non fermarla può voler dire farla finire.
Ti ricordi, Oriana, Padre Balducci che predicava a Firenze quando noi eravamo ragazzi? Riguardo all’ orrore dell’ olocausto atomico pose una bella domanda: «La sindrome da fine del mondo, l’ alternativa fra essere e non essere, hanno fatto diventare l’ uomo più umano?». A guardarsi intorno la risposta mi pare debba essere «No». Ma non possiamo rinunciare alla speranza. «Mi dica, che cosa spinge l’ uomo alla guerra?», chiedeva Albert Einstein nel 1932 in una lettera a Sigmund Freud. «È possibile dirigere l’ evoluzione psichica dell’ uomo in modo che egli diventi più capace di resistere alla psicosi dell’ odio e della distruzione?» Freud si prese due mesi per rispondergli. La sua conclusione fu che c’ era da sperare: l’ influsso di due fattori – un atteggiamento più civile, ed il giustificato timore degli effetti di una guerra futura – avrebbe dovuto mettere fine alle guerre in un prossimo avvenire. Giusto in tempo la morte risparmiò a Freud gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Non li risparmiò invece ad Einstein, che divenne però sempre più convinto della necessità del pacifismo.Nel 1955, poco prima di morire, dalla sua casetta di Princeton in America dove aveva trovato rifugio, rivolse all’ umanità un ultimo appello per la sua sopravvivenza: «Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi tutto il resto».
Per difendersi, Oriana, non c’ è bisogno di offendere (penso ai tuoi sputi ed ai tuoi calci). Per proteggersi non c’ è bisogno d’ ammazzare. Ed anche in questo possono esserci delle giuste eccezioni. M’ è sempre piaciuta nei Jataka, le storie delle vite precedenti di Buddha, quella in cui persino lui, epitome della non violenza, in una incarnazione anteriore uccide. Viaggia su una barca assieme ad altre 500 persone. Lui, che ha già i poteri della preveggenza, «vede» che uno dei passeggeri, un brigante, sta per ammazzare tutti e derubarli e lui lo previene buttandolo nell’ acqua ad affogare per salvare gli altri. Essere contro la pena di morte non vuol dire essere contro la pena in genere ed in favore della libertà di tutti i delinquenti. Ma per punire con giustizia occorre il rispetto di certe regole che sono il frutto dell’ incivilimento, occorre il convincimento della ragione, occorrono delle prove.
I gerarchi nazisti furono portati dinanzi al Tribunale di Norimberga; quelli giapponesi responsabili di tutte le atrocità commesse in Asia, furono portati dinanzi al Tribunale di Tokio prima di essere, gli uni e gli altri, dovutamente impiccati. Le prove contro ognuno di loro erano schiaccianti. Ma quelle contro Osama Bin Laden? «Noi abbiamo tutte le prove contro Warren Anderson, presidente della Union Carbide. Aspettiamo che ce lo estradiate», scrive in questi giorni dall’ India agli americani, ovviamente a mo’ di provocazione, Arundhati Roy, la scrittrice de Il Dio delle piccole cose: una come te, Oriana, famosa e contestata, amata ed odiata. Come te, sempre pronta a cominciare una rissa, la Roy ha usato della discussione mondiale su Osama Bin Laden per chiedere che venga portato dinanzi ad un tribunale indiano il presidente americano della Union Carbide responsabile dell’ esplosione nel 1984 nella fabbrica chimica di Bhopal in India che fece 16.000 morti. Un terrorista anche lui? Dal punto di vista di quei morti forse sì. L’ immagine del terrorista che ora ci viene additata come quella del «nemico» da abbattere è il miliardario saudita che, da una tana nelle montagne dell’ Afghanistan, ordina l’ attacco alle Torri Gemelle; è l’ ingegnere-pilota, islamista fanatico, che in nome di Allah uccide se stesso e migliaia di innocenti; è il ragazzo palestinese che con una borsetta imbottita di dinamite si fa esplodere in mezzo ad una folla. Dobbiamo però accettare che per altri il «terrorista» possa essere l’ uomo d’ affari che arriva in un paese povero del Terzo Mondo con nella borsetta non una bomba, ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione ed inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese ricco del Primo Mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare di cancro la gente che ci vive vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui è più conveniente portare quelle lavorazioni altrove e le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci più i campi per far crescere il riso, muoiono di fame? Questo non è relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo, come modo di usare la violenza, può esprimersi in varie forme, a volte anche economiche, e che sarà difficile arrivare ad una definizione comune del nemico da debellare.
I governi occidentali oggi sono uniti nell’ essere a fianco degli Stati Uniti; pretendono di sapere esattamente chi sono i terroristi e come vanno combattuti. Molto meno convinti però sembrano i cittadini dei vari paesi. Per il momento non ci sono state in Europa dimostrazioni di massa per la pace; ma il senso del disagio è diffuso così come è diffusa la confusione su quel che si debba volere al posto della guerra. «Dateci qualcosa di più carino del capitalismo», diceva il cartello di un dimostrante in Germania. «Un mondo giusto non è mai NATO», c’ era scritto sullo striscione di alcuni giovani che marciavano giorni fa a Bologna. Già. Un mondo «più giusto» è forse quel che noi tutti, ora più che mai, potremmo pretendere. Un mondo in cui chi ha tanto si preoccupa di chi non ha nulla; un mondo retto da principi di legalità ed ispirato ad un po’ più di moralità. La vastissima, composita alleanza che Washington sta mettendo in piedi, rovesciando vecchi schieramenti e riavvicinando paesi e personaggi che erano stati messi alla gogna, solo perché ora tornano comodi, è solo l’ ennesimo esempio di quel cinismo politico che oggi alimenta il terrorismo in certe aree del mondo e scoraggia tanta brava gente nei nostri paesi.
Gli Stati Uniti, per avere la maggiore copertura possibile e per dare alla guerra contro il terrorismo un crisma di legalità internazionale, hanno coinvolto le Nazioni Unite, eppure gli Stati Uniti stessi rimangono il paese più reticente a pagare le proprie quote al Palazzo di Vetro, sono il paese che non ha ancora ratificato né il trattato costitutivo della Corte Internazionale di Giustizia, né il trattato per la messa al bando delle mine anti-uomo e tanto meno quello di Kyoto sulle mutazioni climatiche. L’ interesse nazionale americano ha la meglio su qualsiasi altro principio. Per questo ora Washington riscopre l’ utilità del Pakistan, prima tenuto a distanza per il suo regime militare e punito con sanzioni economiche a causa dei suoi esperimenti nucleari; per questo la Cia sarà presto autorizzata di nuovo ad assoldare mafiosi e gangster cui affidare i «lavoretti sporchi» di liquidare qua e là nel mondo le persone che la Cia stessa metterà sulla sua lista nera. Eppure un giorno la politica dovrà ricongiungersi con l’ etica se vorremo vivere in un mondo migliore: migliore in Asia come in Africa, a Timbuctu come a Firenze. A proposito, Oriana. Anche a me ogni volta che, come ora, ci passo, questa città mi fa male e mi intristisce.
Tutto è cambiato, tutto è involgarito. Ma la colpa non è dell’ Islam o degli immigrati che ci si sono installati. Non son loro che han fatto di Firenze una città bottegaia, prostituita al turismo! È successo dappertutto. Firenze era bella quando era più piccola e più povera. Ora è un obbrobrio, ma non perché i musulmani si attendano in Piazza del Duomo, perché i filippini si riuniscono il giovedì in Piazza Santa Maria Novella e gli albanesi ogni giorno attorno alla stazione. È così perché anche Firenze s’ è «globalizzata», perché non ha resistito all’ assalto di quella forza che, fino ad ieri, pareva irresistibile: la forza del mercato. Nel giro di due anni da una bella strada del centro in cui mi piaceva andare a spasso è scomparsa una libreria storica, un vecchio bar, una tradizionalissima farmacia ed un negozio di musica. Per far posto a che? A tanti negozi di moda. Credimi, anch’ io non mi ci ritrovo più. Per questo sto, anch’ io ritirato, in una sorta di baita nell’ Himalaya indiana dinanzi alle più divine montagne del mondo. Passo ore, da solo, a guardarle, lì maestose ed immobili, simbolo della più grande stabilità, eppure anche loro, col passare delle ore, continuamente diverse e impermanenti come tutto in questo mondo. La natura è una grande maestra, Oriana, e bisogna ogni tanto tornarci a prendere lezione. Tornaci anche tu. Chiusa nella scatola di un appartamento dentro la scatola di un grattacielo, con dinanzi altri grattacieli pieni di gente inscatolata, finirai per sentirti sola davvero; sentirai la tua esistenza come un accidente e non come parte di un tutto molto, molto più grande di tutte le torri che hai davanti e di quelle che non ci sono più. Guarda un filo d’ erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia. Ti saluto, Oriana e ti auguro di tutto cuore di trovare pace. Perché se quella non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte. Il Sultano e San Francesco. Non possiamo rinunciare alla speranza.

sabato 14 novembre 2015

Je suis Parisien

È una tremenda sensazione di vuoto che ci avvolge nel silenzio di questa drammatica notte parigina, francese, europea. L'Europa sotto attacco in una delle sue città più rappresentative. Fraternitè, Libertè Egalitè, riemerge forte e accomuna tutti noi. È la terribile condizione di chi ti viola la tua cultura uccidendola. È l'obbrobrio assoluto, la negazione della tolleranza adottata da tutti i francesi, da tutti gli europei verso ogni forma di cultura diversa. C'è un'immagine che racchiude questo stato d'anima, è la Tour Effeil spenta, tutta la notte, in segno di lutto.
La Francia è sempre stata lo Stato capofila, lo Stato per eccellenza dell'integrazione e della realtà “diversa”, la Francia dell'illuminismo, quella di Molière, di Montesquieu e della sua divisione dei poteri quando ancora nel resto del mondo non si sapeva cosa fosse la democrazia, la Francia di Rousseau, Voltaire, la Francia dell'immensa solidarietà, la Francia aperta al mondo. Oggi è in ginocchio il suo simbolo, la sua città per eccellenza.
È stato proclamato lo stato d'emergenza, sono stati fatti sette attentati e fino ad ora si contano più di 120 morti, una strage.
Tutto questo ha un solo mandante che è l’ignoranza profonda ed idiota di chi è stato strumentalizzato e usato per uccidere. Non si può liquidare tutto pensando alla guerra che Allah dichiara a qualunque altra credenza. Quest'ultima sicuramente è la visione forte e convinta di chi ieri ha ucciso, ma non lo è di chi ha rivendicato quelle morti. Nello stato più laico e tollerante d'Europa non si sono attaccati simboli del potere, ma i comuni cittadini che vivevano la quotidianità. La furia omicida ha colpito i luoghi del tempo libero, una partita di calcio, un concerto rock, ristoranti, bar e fast-food. Ed è stato un allarme continuo per ore, con conflitti a fuoco in diversi punti della città.
Si sono fatti esplodere vicino allo Stadio de France, altri hanno sparato nei ristoranti, in un Mc Donald, dentro il Bataclan dove hanno sequestrato centinaia di persone.
Il presidente Hollande costretto ad essere evacuato e portato in luogo sicuro. L'Isis ha rivendicato l'attentato e Obama ha fatto una conferenza stampa, dove afferma che sotto attacco è tutta la nostra visione e i nostri valori. A Milano e Roma è stato dichiarato il massimo livello di allerta. Il Consiglio francese per il culto islamico (Cfcm) ha preso una posizione forte: ha condannato "con il più forte vigore possibile" gli attacchi "odiosi e abietti"
Il primo attacco è stato in boulevard Voltaire, poi al bar La Belle Équipe, e ancora al ristorante La Casa Nostra in a Rue de la Fontaine au Roi, almeno dodici morti tra Rue Alibert nel bar Le Carillon e nel ristorante Le Petit Cambodge in Rue Bichat. Il resto delle vittime si è avuto nel teatro Le Bataclan, alle quali vanno aggiunte persone morte all’esterno dello Stade de France.
E’ un orrore, sono state scolpite immagini di morte e dolore in ogni cuore europeo.
La temporanea chiusura delle frontiere è la risposta immediata di Hollande ma ovviamente non sarà la soluzione. La guerra contro un nemico invisibile, che non ha sedi, non si identifica in alcuno Stato, addestra all’odio centinaia di bambini che sono destinati alla morte. E’ una guerra difficile scatenata anche da molti errori che l’occidente ha compiuto. Non dimentichiamoci che Isis nasce come reazione alle guerre americane in Iraq e Libia. Ovviamente ogni gesto terroristico non può trovare giustificazione in niente. Occorre ripensare il rapporto con il vicino mondo arabo, e soprattutto ora attuare delle politiche di difesa, perché oggi più che mai qualcuno ci ha ricordato che siamo molto vulnerabili. E’ l’undici settembre francese, quello europeo.
Occorre non assimilare i terroristi ai musulmani, che sono le prime vittime di questi beceri individui. Occorre rafforzare i controlli e espellere immediatamente chi predica la guerra santa. Il potere della parola dei cosiddetti “saggi” islamici su un popolo che ha un livello medio di cultura basso per colpa di un sistema d’istruzione chiuso su posizioni ridicole, può creare inimmaginabili danni collaterali e pericolosi indottrinamenti.
Occorre una nuova regia mondiale, che vada dagli Usa alla Russia e dall’Europa all’Asia, perché nessuno ormai può ritenersi sicuro e restare indifferente a questo massacro. Aprire un dialogo con le forze moderate e ragionevoli del mondo islamico e ovviamente supportare la popolazione musulmana che è la prima vittima di questa follia. La regia di questo tavolo di dialogo non può essere affidato agli States e nemmeno alla Russia. E’ l’Europa che deve assumersi la guida di un soggetto capaci di traghettare il mondo in uno stato di quiete.
Oggi siamo tutti parigini come sia giusto che sia,forse europei, perché in fondo dobbiamo ammettere che ad unirci sono più questi momenti tristi e di dolore che le politiche ambigue dell’Ue. Dobbiamo assolutamente evitare di sgretolarci e rispondere con mezzi che non risolvono il problema. Oggi parte la vera sfida, quella di calmare le acque e riflettere tutti insieme per riappacificare gli spiriti bollenti che attraversano il pianeta. L’odio indiscriminato non potrà che portarci all’autodistruzione. Stringiamoci tutti alla legalitaria Francia perché oggi più che mai siamo tutti cittadini francesi.

venerdì 13 novembre 2015

Cheap Thrills


Oggi è uscito in edicola il terzo pezzo dell'ennesima collezione Blues che sto facendo. Questa è edita da De Agostini e si chiama "Blues in vinile, i 33 giri che hanno fatto la storia". L'uscita di oggi è un pezzo raro, l'album di "Big Brothers & the Holding Company, Cheap Thrills ( columbia 1968). Disco da collezione ovviamente dei Big brothers...ai tempi della signora del Blues, Janis Joplin.
La copertina molto colorata e particolare anche per l'epoca è stata disegnata da Robert Crumb, un genio del fumetto dell'America anni 60. 
Questo fu un disco rivoluzionario, si contrapponeva fortemente al perbenismo dei Beatles e ai loro ciuffi di cultura inglese. Qui compravi un biglietto per Marte solo andata e non potevi piu fare a meno del blues. Janis è travolgente, " canta il blues con la stessa durezza di un nero" disse Bb King.
Cheap Thrills contiene tre cover storiche e tanta personalizzazione della Joplin. È il cuore nero del blues questo disco, incredibilmente cantato da un gruppo bianco. In "Summertime", " Piece of my Heart" e "I need a man to love" trovi la migliore Janis di sempre, di questa eroina nata texana e morta regina del blues mondiale. 
Fabio Treves, grandissimo bluesman nostrano ha detto una cosa assolutamente condivisibile sulla Joplin " la sua voce è come la chitarra di Eric Clapton o Hendrix, ruvida, intensa, assoluta." 
Janis era una donna tormentata all'epoca, forse lo restó per tutti gli anni della sua brevissima vita. Nata a Port Arthur " la città piú triste al mondo" come definita da lei stessa esploderà a San Francisco, patria dei beatnik, del rock alternative e delle droghe. Mancano ancora un pó di anni prima di raggiungere Nyc e la fama mondiale ma è da quell'esperienza che nasce Cheap Thrills dei Big Brothers and the Holding Company. È stato anche l'ultimo album con Janis per il gruppo, ed è tutt'ora uno dei massimi capolavori musicali. 

Il nazista e l'ebreo

La vita alle volte gioca brutti scherzi. Questo è il caso di Jack e Oskar, due gemelli divisi dalla nascita e cresciuti in due luoghi e con due culture diametralmente opposte. 

Entrambi ebrei di nascita, per un gioco del destino uno si è ritrovato ad essere tedesco e aderente alla gioventù hitleriana, mentre l'altro visse un'infanzia all'oscuro delle sue origini e di cosa succedeva fino a quando non si trasferì da una zia in Venezuela. La zia era una miracolata, scampata all'olocausto, era stata a Dachau ed era l’unica parente europea sopravvissuta alla follia nazista. 
Jack consapevole delle sue origini si trasferì nel neonato stato di Israele Fu lei a suggerire a Jack di trasferirsi in Israele, dove arrivò all’età di 16 anni, lavorò in un kibbutz e prestò anche il servizio militare. Scopri di avere un fratello gemello che era cresciuto con la madre Elisabeth in Germania e venne anche a sapere che era stato un aderente all'ideologia nazista.
Oskar del suo canto crebbe con la nonna tedesca che gli intimò di nascondere le origini ebraiche di suo padre e lo condusse dentro l'ideologia criminale del nazismo. 
Nel 1954 mentre Jack andava negli Usa decise di fermarsi in Germania, a Francoforte e in aeroporto incontrò il fratello gemello. 
Entrambi dissero che fu come guardarsi allo specchio. Stesso modo di muoversi, di parlare anche se in due lingue diverse, stesso modo di vestirsi. 
Fu un incontro freddo anche perché si era create due differenti visioni di vita ed un muro ideologico insormontabile.
Oskar ricordò al fratello di non voler render noto di essere ebreo e questo mise subito in crisi il rapporto.
Occorreranno altri 25 anni prima di rincontrarsi, negli Usa per via di uno studio su gemelli separati dalla nascita. I medici e chi conduceva lo studio si accorse subito della strabiliante somiglianza tra loro, soprattutto  caratteriale, anche se era cresciuti con due visioni del mondo opposte. 
Nel silenzio, Jack starnutiva per scherzo e la moglie di Oskar confermò che la stessa cosa faceva il marito.
Entrambi mangiavano piccante, tiravano lo sciacquone due volte, portavano le camicie con due tasche. 
Uno mori nel 1997 per un cancro, ieri invece è venuto a mancare l'altro fratello che viveva a San Diego. 
Su loro c'è un documentario della Bbc e un libro.