martedì 12 agosto 2014

Sweet Home Chicago

Chicago 12 agosto 2014 ore 08.00 nella reception dell hotel. La canzone di questi due giorni è Sweet Home Chicago versione Buddy Guy.

Sweet home Chicago.  Ci sta dopo un lungo viaggo oltre oceano  con un ora di sonno la sera prima. Ci sta perché atterrare qui non ha né prezzo né stanchezza,  è unico.  Abbiamo parcheggiato la macchina presto e subito dopo ci siamo diretti a fare il check in, tutto bene a parte che ho dimenticato  sopra il tetto della mattina un libro e due cd fatti per il viaggio, uno di Bob Dylan ed Unplugged di Clapton. Li ricompreró al ritorno. Imbarco per Zurich con un piccolo cento posti, modello se arrivi è già stato tanto, ma la felicità di arrivare a Chicago era tanta che nessuno si è sognato di protestare.  A Zurigo quasi due ore di sosta in un aeroporto ordinato fino alla nausea, nessuno parlava, tutti in fila,  i poliziotti felici ti dicono cento volte benvenuto anche se cerchi di fargli capire che è stato un sbaglio,  sei li solo perché la compagnia te lo impone. Nel treno che ti porta al terminal 5 un fantastico di suono di pecorelle e mucche e pubblicità sulla Svizzera, cose da non credere. Sono un popolo ordinatissimo e molto preciso, io non potrei mai vivere a Zurigo.
Il volo è stato sereno e tra un film e l'altro e una buona ora di dormita siamo atterrati. Sweet home chicago.
Se uno dovesse giudicare l'America dell'accoglienza delle dogane, cambierebbe immediatamente paese. I poliziotti ti guardano come se dovessero arrestarti, ti fanno domande ridicole e pensano che tutti sono potenziali pericoli per la nazione, proprio cosi le stesse parole idiote di gente come Bush o Obama.

Cmq la gente ovviamente ci mette anche del suo, confuse e piene di roba inutile da entrare nel paese. Il mio era un poliziotto sulla sessantina con baffi bianchi e capelli peggio dei miei uscito da qualche telefilm anni 70. Voleva sapere perché ero in Usa e il giro che farò,  è bastato dirgli memphis per fargli ricordare"Oh Elvis???" Dogana finita.
Ecco è  qui che inizia l'America vera, quella bella da morire. Il tassista,un uomo che non conosceva da dove partiva la vecchia route 66 e quindi abbiamo voluto capire da dove parte l 'Interstate 55 che poi si collega ad essa. Praticamente dietro il nostro hotel, lho chiamato hotel lo so, ma sorvolo per oggi in questo dolente punto. Oggi sarà il giorno dove studieremo meglio le strade e affitteremo una macchina. Cmq arrivo in stanza alle 14 e via perun caffè veloce da Starbucks con buona musica sottofondo e giro tra le strade del centro.  Allora Chicago è proprio come te la immagini, un insieme di tutto, artisti,  impiegati, poliziotti, ladri, gente con suv e musica altissima, collane di fuori e tatuaggio da gangster, persone gentilissime che ci hanno accompagnato fino al locale nonostante la pioggia,  poliziotti municipali con cui abbiamo scherzato tutto il tempo e Sceriffi a cui Tony obbligatoriamente doveva chiedere una cosa " mi vuoi levare il piacere di parlare con lo Sceriffo?". Il centro è favoloso pieno di grattacieli e palazzo storici altissimi che si incastonano perfettamente tra essi e vengono rinfrescati dai fiumi che la attraversano. Bellissimo il Michigan e il lungo lago nel Loop, gli immensi parchi,  le attività, la gente. È una città che non mi somiglia a nessun altra, molto più grande delle altre visitate e molto americana nel vero senso del termine. Chicago è l'America vera, piena di localini musicali e ristorantini.  Stasera dovremmo approfondire.  Ieri sera siamo stati al Buddy Guy,s Legend, locale del mitico blues man, posto bellissimo con luci soffuse e blues sotto fondo. Abbiamo mangiato un hot dog e bevuto una corona. Posto in cui tornerò. A Chicago c'è la chinatown più vera che ho visto,  non turistica,  sinceramente anche molto squallida.  Chicago è una città piena di polizia ma allo stesso tempo nell'aria percepisci un senso di insicurezza elevato sopratutto in periferia. C'è veramente poco tempo e questa città è enorme, dovremo fare delle scelte.
Sweet home Chicago

sabato 9 agosto 2014

L'odore del Blues


Milano, 09 agosto 2014 ore 17:05
Solo 30 ore alla traversata oceanica. La canzone di oggi è "Hurt" di Johnny Cash.


Oggi ho comprato  un libro che si intitola Albatros – la mia avventura nell’Atlantico”, ho pensato che questo è il libro perfetto che posso portarmi in Usa. Non sono sicuro che aprirò mai una pagina durante il viaggio, ma sicuramente lo leggerò per buona parte durante la lunga traversata in aereo. Mi ha subito colpito il titolo e la recensione favorevole trovata online. Mi ha anche colpito il paragone con l’Albatros, favoloso uccello di mare capace di restare interi giorni senza toccare terra, uno dei pochi volatili che trovi nel bel centro del oceano, penso che qualcuno di essi sconosca che esistano terre emerse. Vivono tra isole disperse e sono trasportati dalle grandi correnti. Il libro mi ha molto ricordato lo stile de “I miei mari” di Folco Quilici e “Il pacifico a remi” del grandissimo esploratore Alex Bellini.
Si parte.  Questa volta si parte per gli Stati Uniti d’America, direzione opposta dell’ultima volta. L’ultima terra lontana toccata è stata la favolosa Australia e l’incredibile Nuova Zelanda.  Quel viaggio mi segnò, terre lontane e a tratti selvagge. Fu un tour indimenticabile. Ora parte un’altra avventura, questa volta saremo in 4 e tutti con buoni propositi. Vado non solo a vedere gli States ma vado a cercare qualcosa di più.
L'itinerario è scelto, le città selezionate, gli adempimenti burocratici quasi finiti, il countdown esaurito.  Questo viaggio l'ho disegnato mentalmente tante volte,  centinaia di volte accompagnato dalla musica,  soprattutto blues, country e rock. Ho voglia di stupirmi,  ho tanta voglia di restare ancora una volta affascinato da qualcosa, sono alla ricerca di qualcosa di diverso,  di qualcosa di più spirituale.  Paradossalmente lo cercherò nelle enormi metropoli americane. Cercherò molto a Chicago,  qualcosa di inspiegabile,  qualcosa di molto vecchio che è diverso dai grattacieli e dal Michigan,  delle cantine di Al Capone o della confusione del Loop. Cercherò l'anima della città,  i luoghi più profondi,  voglio respirare l'odore del blues e dei primi abitanti della Second City. Ho voglia di perdermi dentro le notti di Chicago,  e dentro tutti i locali di musica, andrò alla ricerca disperata di un segnale dalle origini.  Ho preso l’hotel a Chicago e so già che forse non ci starò nemmeno per dormire.  Chicago l’ho sognata tante volte, e quando abbiamo deciso di andare non avevo dubbi, Io voglio vedere la città del blues. Mi esalta molto più vedere la metropoli dell’Illinois che la Grande Mela, nessun paragone. Molti mi dicono che resterò stupito di Nyc, e ne sono sicuro, ma ripeto a Chicago cercherò altro. Ho già visto due tre localini notturni da visitare, dalla famosa House of Blues all’imperdibile Buddy Guy’s Legend. Tutta musica dal vivo, ma soprattutto musica vera, originale. Vado dove quel tipo di musica è nata. A St Louis devo obbligatoriamente visitare il Blueberry Hill e non solo perché il proprietario è un certo Chuck Berry ma anche per tutto ciò che ne deriverà. Li passa il Mississippi, quante volte ho sognato di vederlo quel cazzo di fiume e farmi trasportare dalla sua dolce sonorità. Resterò un ora a sentirlo passare, cosi senza un perché.
Per arrivarci a St. Louis devo fare questa famosa Route 66 che il mio amico Jack Kerouac mi ha fatto disegnare in mente migliaia di volte. Quante sere ho ripreso quel libro assurdo e quanti viaggi mentali mi ha fatto fare. Mi ha permesso di guardare un viso tutti i personaggi di quel romanzo scritto in pochi giorni, li ho immaginati, modellati, gli ho dato sembianze personalizzate. E che orrendo quel film che doveva ripercorrere il romanzo. Al regista dovrebbero togliere il diritto di girare.  Big sur, i sotterranei, On the road, I vagabondi del Dharma, La scrittura dell’eternità dorata. Mi immaginerò ogni pagina di quei libri, la nel centro degli Usa. Scenderemo sino a Memphis ed andremo ad onorare il Re del Rock and Roll, Elvis. Il 16 ricorre il suo 37 anniversario di morte e noi saremo la, nelle zone del delta, dove un ragazzo di 20 anni cambiò per sempre il mondo. Passeremo anche a Nashville, ricordando B B King e Johnny Cash, l’America che mi ha fatto sognare. Ovunque sentirò la voce di Bob Dylan e mi farò trasportare dal vento.
L’ho sognato questo viaggio e l’ho preparato meticolosamente. Chiuderemo nella grande mela e ci inoltreremo nella parte canadese di Niagara Falls per ammirare le famose cascate.
Voglio che mi segni questo viaggio, voglio che mi lasci impresso qualcosa di forte, che mi faccia sentire l’odore del blues oltre alle noiose luci di Times Square.

venerdì 27 giugno 2014

La polvere del Messico

Difficilmente scrivo nel blog pezzi di altri, ma questo è talmente bello e passionale che non ho resistito a condividerlo.
È il prologo de "La polvere del Messico" libro scritto nel 1995 da Pino Cacucci, giornalista e scrittore esperto di Sud America, che ha vissuto per vari periodi in Messico.
"Un ricordo, in modo particolare, riaffiora ogni volta che penso a come sia cominciato il coinvolgimento vero, l'inizio di una vaga intuizione, divenuta poi consapevolezza che nulla sarebbe più stato come prima. È un'immagine curiosa nella sua banalità, la semplice attesa davanti alla macchina con l'ennesima rogna al motore, standosene sotto una tettoia di zinco su cui batteva una pioggia fine. Il meccanico la guardava senza dire niente, e ogni tanto sbirciava me, con un mezzo sorriso indecifrabile. La pioggia era solo una scusa. A nessuno, lì, importava nulla di bagnarsi, faceva abbastanza caldo da infradiciarsi comunque per l'umidità, e starsene sotto quella tettoia era soltanto una buona occasione per smettere di fare le cose di sempre. L'uomo aveva un'età indefinibile, forse era moto più vecchio di quanto apparisse, indossava una tuta di cui si era smarrita ogni memoria dell'originario colore, e teneva le mani in tasca senza decidersi a fare quel che io speravo: dire cosa secondo lui avesse il motore e quanto tempo ci sarebbe voluto per rimetterlo in sesto. Il suo volto era perfettamente messicano, secondo l'immaginario di cui disponevo in quel mio primo viaggio: tratti vagamente “apache” come ero abituato a vederli al cinema e lontane eredità andaluse un po' spagnolo e un po' indio, ma di quelli alti, da yaqui del nord. Più, ovviamente, i baffi bianchi e spioventi, che completavano il mio bagaglio da grande schermo ricco di Villa e Zapata posticci.
Lui continuava a non dire niente, e la pioggia a battere sulla lamiera di zinco. La strana sensazione che avvertivo l'avrei afferrata molto più tardi: stavo perdendo la fretta, l'ansia dei ritmi che mi ero portato appresso cominciava a sfaldarsi, e il sintomo impalpabile era quel semplice ascoltare la pioggia e smettere di chiedere la meccanico quanto tempo della realtà che mi circondava. Fino a quel momento lo avevo speso male, illudendomi di vedere più cose andando più in fretta. A un certo punto, mi ha detto: “Credo che pioverà anche domani”. Alla mia espressione vagamente contrariata, l'uomo aveva sorriso scuotendo la testa. Sapeva che non potevo capire, ma che era il momento giusto per cominciare a provarci. Così, stando fermi, ad ascoltare la pioggia.
Raccontandolo, non sembra significare granché. È solo un frammento, un punto di partenza. Ma ben poche altre cose, avrei scritto, senza quell'inizio, e senza il contatto, la conoscenza a volte fugace ma sempre profonda, di tante persone come lui. Il meccanico non saprà mai quanto sia stato utile per me quel lungo pomeriggio, fino al tramonto, fermi in mezzo a cumuli di ferraglia arrugginita e macchine spente. O forse l'ha saputo fin dal primo momento, notando il lento sgretolarsi della mia fretta di andare da nessuna parte. È per questo che sorrideva, e se ne stava zitto.
Le letture, il cinema, e ovviamente un po' di fantasia in funzione riciclante, mi sono sempre serviti, certo. Ma ho l'impressione che sarebbero rimasti un magma senz'anima, un'accozzaglia di dati, senza la vita vissuta accanto a genti così diverse da quelle tra cui sono cresciuto, senza la graduale scoperta di una differente dimensione del tempo e della percezione delle cose. Per me è stata la “messicanità”, come per altri può essere stata l'India o parte dell'Africa, a segnare il punto di svolta, a imprimere quel qualcosa di indefinibile che si respira nell'aria e si assorbe dai pori per poi tentare di trascriverlo sulla pagina, o di narrarlo su uno schermo per immagini, o su una tela, o in chissà quanti altri modi. E in ogni caso, esistono luoghi, i grandi “altrove” che non ci danno requie quando ne siamo lontani, capaci di scatenare pulsioni latenti, forse non di crearne di nuove, ma soltanto – e non è poco – rievocare sensazioni smarrite, assopite, rimaste in qualche meandro ad aspettare la scintilla che le risvegli.
Il Messico è il paese che per me rappresenta in modo sublime come la mescolanza di tante razze arricchisca immensamente una terra e un popolo, genti così abituate alla diversità da potersi concedere senza la minima riserva, pur conservando una forma di autodifesa istintiva, il freno naturale di fronte all'invasione di becere way of life geograficamente vicinissime eppure tenute a distanza siderale da un millennio di civiltà. Uno di quei luoghi dove si comincia a capire qualcosa solo quando si rinuncia a capire. Senza pretendere di trarne una regola universale, credo comunque che il contatto con “l'altro”, a qualsiasi latitudine, inizi con un gesto di resa incondizionata: la rinuncia a propri schemi e abitudini, liberandosi dall'inconfessata certezza che la realtà sia univoca e unidimensionale, e che tutto possa venire interpretato da un solo modo di guardare. L'ingrediente più nefasto della cultura occidentale credo sia proprio questa nostra ormai istintiva consuetudine ad analizzare e giudicare, filtrando i comportamenti altrui attraverso una rete di convenzioni che ci illudiamo siano assolute e scontate."
Pino Cacucci, settembre 1995
Il prologo de “La polvere del Messico"

giovedì 26 giugno 2014

Disastro Mondiale



Oggi scrivo di Italia calcistica e del distrastroso mondiale degli azzurri in Brasile. Forse non è il giorno giusto visto che ieri è morto Ciro, il tifoso napoletano accoltellato nella finale di Coppa Italia. Penso che il calcio vada fermato per un lungo periodo, non è possibile morire per una partita di calcio. È necessario fermare le competizioni e ripensare tutto affinché si gettino nuove basi  educative. Il problema è sociale ma è anche economico e mischia un'insieme di fattori che con il mondo del calcio non hanno connessione. Lo dico da tifoso sfegatato, il calcio va fermato.
Parliamo un pò di questo mondiale che per la seconda volta consecutiva ci ha visto fuori ai gironi. Ieri guardavo online le emozioni di Italia'90 e di Usa'94, e vedere Baggio, Baresi, Zenga, Albertini, Massaro, mi ha fatto venire la pelle d'oca.
Ricordo ogni singola partita di quei mondiali,  soprattutto quello americano e ricordo anche il luogo e le persone con cui ho visto la competizione.  C'era uno spirito di nazione incredibile, c'era un calcio diverso e c'era uomini diversi. Il business ha rovinato il calcio e purtroppo oggi è solo un giro  incredibile di soldi senza valori. Quei piccoli valori che ogni calciatore, tifoso portava con sé e che indiscutibilmente erano messi in campo. Vedere Balotelli mi fa tristezza, la sua spocchioneria, la sua incredibile presunzione, il poco     attaccamento alla maglia. Il mondo del calcio deve disfarsi di gente come Balotelli, Cassano e company se vuole cambiare. Inutile fare la sceneggiata del razzismo, nessuno ha mai detto una parola razzista contro Balotelli, solo qualche cretino, ma se pensi di essere campione devi fare la differenza, punto. Altrimenti resti come da sempre sostengo il più sopravvalutato dei calciatori nostrani. Detto questo penso che era inevitabile salutare il mondiale anticipatamente per tanti motivi. Uno tra tutti è quello che non curiamo più i vivai e naturalmente il prodotto dell'Italia di oggi è lo specchio delle nostre qualità,  siamo questi inutile pavoneggiarci o vivere di ricordi. Occorrono altri 15 anni per riportare l'Italia tra le prime del mondo ed occorre prima di tutto la volontà di farlo. Non possiamo più pensare che Buffon, Pirlo e De Rossi possano in qualche modo salvarci le partite.
E' stato un brutto mondiale, ma la cosa più triste è che non abbiamo speranza nel futuro. In  cielo non brilla più l'azzurro Italia.

giovedì 16 gennaio 2014

What a wonderful a world



Questa sarà una lunga notte poiché sono appena tornato dal cinema e non ho un minimo di sonno, sto ascoltando i Procol Harum e "A Whiter shade of pale" mi fa venire in mente tante altri notti adolescenziali. Ho trent’anni e tra venti giorni saranno trentuno ma a volte penso di averne sedici e mi capita uscendo di casa di cercare lo scooter più che la macchina. La cosa è GRAVE.  Ma come corre la vita, ieri pensavo che  dovevo fare gli esami di maturità ed oggi mi ritrovo con dodici anni in più, ho paura.
Stasera sono di buon umore, perché penso che tutto prima o poi va per il verso giusto e che forse alcuni problemi occorre crearseli per attraversarli e diventare più forte. Stasera sono più forte, o almeno credo di esserlo.
 “Che fantastica storia è la vita” dice il mio amico Gianfranco e ci fa pure le rime rap facendoci ridere a più non posso.
Cazzo solo qualche mese fa pensavamo di aver davanti a noi montagne insormontabili e poi tutto piano piano si sistema, la grande route diventa una stradina facilmente percorribile. Due anni di problemi che sembravano infiniti, poi l’uragano, ora la quiete dopo la tempesta, quanto adoro la quiete, stasera adoro anche  la rugiada  e anche dopo che  piove poiché l’odore dell’erba è diverso e ti trasmette un senso pieno di pace. Saranno giorni di pace interiore…
Già la mia testa è proiettata in America, non passa giorno che non ci penso, devo organizzare troppe cose e ancora sono solo eccitato per il viaggio ma fattivamente non ho concluso niente. Mentre è partita “The Sound of Silence” di Simon & Garfunkel e la testa viaggia, sono rovinato.
Immagino la gente danzare sulle note di “What a wonderful a world” con la tromba di Armstrong  a fare da spartiacque tra un passo e l’altro, non posso più aspettare.
Ora passo e chiudo e mi rilasso con l’ipod, non ho più voglia di scrivere.



venerdì 3 gennaio 2014

2014


Il 2014 che anno sarà?  Me lo sono chiesto subito dopo la mezzanotte del 31 dicembre e ho pensato ad alcuni propositi.
Essendo ottimista per natura non posso che pensare che sarà un grande anno. Sarà l'anno dei miei 31 anni e l'anno del primo anniversario di matrimonio, sarà l'anno dell'immissione nel nuovo ruolo lavorativo nella mia azienda, spero sia soprattutto un anno sereno e senza dolori visto il 2013. L'unica cosa che ho deciso e che sarà un anno intenso, perché l'ho deciso io, forse l'ultimo di una forte intensità, ma ho deciso di godermelo fino all'ultimo giorno senza tentennamenti o rilassamenti di sorta. Per il relax ho predisposto il 2015. Sarà un anno felice per Stefania e anche per me. Sarà l'anno dell’on the road in Usa, l'anno di New York City e di Philadelphia, di Memphis e di New Orleans, del North e del South Carolina, dell'Alabama, del grande Mississippi e se riusciamo del Texas. Sarà l'anno in cui Rosalinda finirà il primo anno di università e questa cosa mi fa sentire molto molto vecchio, l’anno in cui dovrò progettare appuntamenti importanti per la mia vita e l’anno in cui dovrò decidere in quale città vivere. Sarà l’anno della chiarezza e l’anno in cui Stefania compirà 30 anni.
Sarà l’anno in cui forse comprerò una casa e per Natale chissà cosa succederà…………
Sarà l’anno di Eric Clapton in Italia e l’anno di Berlino, l’anno che ci prepara all’Expo di Milano e un anno in cui starò in Sicilia pochissimo, voglio che sia l’anno della svolta economica anche se spero sempre che un giorno mio padre mi confessi che siamo ricchissimi di famiglia e mi ha costretto a lavorare solo per farmi maturare un esperienza, spero sia un anno di soddisfazioni lavorative per Stefania e per tutti i miei amici a cui piace lavorare, io mi accontento così.
Spero sia un anno in cui il razzismo tra Nord e Sud si affievolisca, tra neri e bianchi, tra gialli e blu scompaia, un anno in cui la superbia e l’orgoglio siano messi da parte e si torni a parlare, un anno in cui conoscerò tanti nuovi amici e manterrò i vecchi, un anno in cui possa viaggiare tantissimo, un anno in cui conoscerò qualche nuovo gruppo musicale interessante e in cui possa ridere fino allo sfinimento. Spero sia un anno in cui dormiate tutti meno e non mi lasciate solo la notte, perché dormire fa male, godersi la notte aumenta l’aspettativa di vita, spero sia un anno in cui si possa mangiare meno carne e dove lascerò definitivamente le sigarette, un anno in cui l’Inter ci faccia gioire e l’Italia ci regali il mondiale brasiliano.
Spero sia un anno in più e migliore per chi non sta bene e spero si trovino cure per chi è gravemente malato, spero sia un anno in cui i politici pensino al danno che fanno e qualche persona onesta si interessi alla cosa pubblica, spero infine che sia un anno di albe e tramonti, di Jazz e Blues, di Rock e Soul.
Che sia un grande anno.

venerdì 29 novembre 2013

Sicilia

Mentre tutti i media parlano della decadenza di Silvio Berlusconi e della salute del governo Letta io penso che domani volo in Sicilia, che è cosa molto più interessante e seria, soprattutto per me.  MI piace scendere in Sicilia, anche se solo per due giorni, mi piace poter passare il sabato sera con vecchi amici in Ortigia e ritrovare usi e costumi che pian pianino la mia mente archivia. Li archivia non perché io li rifiuti, anzi li tengo vivi e vegeti, mi ci alleno e con Stefania c’è la regola tassativa di parlare solo in dialetto siciliano, perché tutto potrei accettare ma no il disinnamoramento dalla terra che mi ha dato i natali. Penso che il luogo in cui si nasce sia importante tanto quanto l’educazione dei genitori e gli amici che frequenti. La tua terra ti forgia, ti racconta storie uniche e ti tramanda legende secolari. La mia città è stata la capitale della Magna Grecia, purtroppo oggi vive lo splendore che fu’ di riflesso e cullandosi del titolo di capitale a vita rischia una misera fine. Troppi giovani lasciano, lasciamo la Sicilia e pochissimi romantici tentano la rotta opposta. Di quelli che partono, pochi fanno ritorno e meno ancora lo fanno coscientemente. Io sono legatissimo a Siracusa ma sono sicuro che dopo un mese dal trasferimento soffrirei la mancanza di Milano. Soffro il freddo cane che questo pezzo di Italia mi riserva, la odio profondamente in estate per l’afa burbera e irrispettosa della vita umana ma alla fine comincio a sentirla mia.  Quando non vado per più di un mese a Brera, comincio a pensare che non sarebbe male ripassare alla Pinacoteca e in via Brera, in via Solferino e a Moscova, se non scendo in centro per più di una settimana cominciano a mancarmi la confusione di via Vittorio Emanuele e le guglie del Duomo, le librerie di via Dante e il Sempione, il Castello di notte e Marghera. Insomma comincio a pensarla come la mia città, mentre inizialmente avevo quella tollerabile diffidenza .  Quando sono giù non mi manca, ma so che torno a casa, so che vedrò tante sere C.so Buenos Aires pieno di gente e turisti che fanno shopping all’impazzata, San Siro illuminato, i giardini Montanelli e le mille opportunità culturali e sociali che essa ti offre. E’ vero, Milano sta attraversando una profonda crisi, sociale prima che economica ma leggo nei cittadini della città, che sono di ovunque tranne che di Milano, un senso di appartenenza e una positività che la porterà a risorgere, o almeno in questo declino inesorabile della vecchia Europa ad assurgere il ruolo di ultima roccaforte italiana a cadere.
Intanto mi godrò la mia Sicilia e cercherò di rilassarmi a più non posso. Le ultime volte che sono sceso ho ritrovato sempre qualcosa di diverso e mi duole costatare che spesso le diversità tendono al negativo, stavolta sono positivo e sono sicuro che lo splendore di un’alba ortigiana mi farà apprezzare ancora di più il fascino immortale della mia città.
Hasta Ortigia siempre