mercoledì 30 settembre 2015

The Wall

Ci sono muri che crollano e muri che si costruiscono. Quando soffia il vento del cambiamento, c'è chi costruisce nuovo muri e chi mulini a vento dice un vecchio detto cinese,. Ci sono muri che hanno il colore della pelle e muri che portano i segni dell'ignoranza umana.
Ci sono muri che hanno il dolore della guerra e di milioni di morti senza un perché, ci sono muri che dividono gli orientamenti sessuali tra normali e anormali, muri che dividono i pensieri unici da quelli non comuni, muri culturali ma non meno pericolosi che dividono tra chi sa e chi no, ci sono muri tra chi può e chi non può comprare la vita altrui, muri che dividono lo stesso mondo, ci sono muri che dividono le divinità e in alcuni casi ci sono muri che addirittura dividono uno stesso Dio. Ci sono muri che dividono un pezzo di pane in due ma lo lasciano cadere sempre dallo stesso lato, muri non ci permettono di vedere più lontano dei nostri piedi, muri che creano paura, muri che creano odio, muri eretti in 6 giorni e che durano 50 anni, vecchi muri di tanti anni fa  ma che portano ancor oggi il segno, muri che dividono ordine e disordine e muri che spezzano le ali al pensiero.
The Wall è tutto questo, un musical incredibile, monumentale, a tratti toccante, un film documentario sul concerto evento di Roger Waters che richiama il periodo dei Pink Floyd. E' il tour portato in giro in questi anni da Roger Waters ma ovviamente si ispira totalmente all'album indimenticabile del gruppo.
The Wall è la storia di Pink, ragazzo disagiato orfano di padre, vittima del sistema scolastico. The Wall sono le emozioni, le paure, le sensazioni di Pink, ma sono anche quelle di ognuno di noi. Musicalmente è Pink Floyd, ma viene raccontato solo da Roger Waters. Another Brick in the Wall, quel ritornello cantato da bambini, ormai è Storia, nessuno può ignorarlo. E' un canto di protesta, ma sopratutto è un canto di verità.
Quanti muri.
Nel musical c'è dentro tutto il dolore di un figlio che ha perso il padre prima di conoscerlo, quello stesso padre che a sua volta aveva subito lo stesso destino. Stessa combinazione di eventi, due famiglie distrutte, due guerre diverse, la prima e la seconda guerra mondiale. Il nonno di Roger Waters sepolto in un cimitero francese che ne ricordava il lavoro, minatore, e il grado militare. Il padre morto in Italia ad Anzio, in una storica battaglia. Sono due ore e 50 minuti in cui si alternano immagini del tour e il percorso di strada che porta Roger dall'Inghilterra al cimitero militare di Cassino, in Italia,  per omaggiare il padre.
Uno spettacolo di teatro rock che ha pochi eguali nel mondo, che tocca l'apice in Comfortably Numb, sicuramente il momento più alto musicalmente parlando. Non c'è David Gilmour, ahimè, ma ci si accontenta. Il contrasto tra i due leader emerge anche nel post film, quando chiacchierando con Nick Mason si parla di una possibile Réunion e Waters la esclude perché non ne vede il motivo. Io preferisco che non avvenga, i Pink Floyd preferisco ricordarli cosi come erano.
The Wall ti lascia dentro la felicità per aver visto un grande spettacolo e la tristezza per non esserci stato dal vivo. 
Il film documentario si chiude con Il musicista che va a trovare il padre e gli suona la tromba nel silenzio surreale di quel luogo sacro. Effetti speciali di altissimo livello e Waters è stato bravo a non personalizzare troppo gli originali dei Pink Floyd. È rimasto fedele all'originale, pur essendo per natura molto personalista ed eccentrico.
Tutto cominciò con uno sputo, che Roger Waters diede a un fan, ne soffri talmente tanto che comincio a pensare ai muri mentali e fisici che spesso si erigono tra le persone. Dal quel gesto ad uno dei più grandi spettacoli della storia musicale. Roba di altri tempi.





sabato 26 settembre 2015

Il mondo salvi Alì, condannato alla crocifissione dal regno del petrolio

da "Repubblica online" 25 sept 2015


L'Arabia Saudita lo ha arrestato quando aveva 17 anni  per aver partecipato  a una manifestazione. E ora è arrivato il verdetto:  pena capitale. Le cancellerie occidentali protestano,  ma nessuno ha il coraggio di spingersi oltre: la vita di un ragazzo vale meno dei ricchi contratti


Il caso fa le cose per bene: qualche giorno prima che Ali Mohammed Al Nimr, 20 anni, nipote di un oppositore sciita del regime dell'Arabia Saudita, fosse condannato a essere decapitato e poi crocifisso fino a putrefazione avvenuta, Faisal Bin Hassan Trad, l'ambasciatore saudita, è stato eletto a Ginevra presidente del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni unite. Da parte di questa istituzione sempre più inefficace è una forma di umorismo nero un po' speciale. Un umorismo color petrolio. L'Arabia Saudita, da sempre governata dalla stessa famiglia, emette sentenze di morte a ogni piè sospinto. È il paese che detiene il record mondiale di esecuzioni capitali. Secondo i media e le associazioni per i diritti umani, quest'anno ci sono state 133 esecuzioni. Il crimine di questo ragazzo (al momento dell'arresto aveva 17 anni) è di aver partecipato a una manifestazione contro il regime. La sentenza supera i limiti della comprensione. È un assassinio. Quel ragazzo non ha ucciso, né violentato, né rubato. Ha solo partecipato a una manifestazione nel corso della " primavera araba". Se sarà giustiziato, le Nazioni unite dovrebbero perseguire l'Araba saudita. Ma non lo faranno.
Che cosa fare in questi casi? Lasciar correre, stare zitti, tenere un profilo basso per non perdere qualche contratto? Starsene dietro alla propria vigliaccheria e distogliere lo sguardo? Ma è inammissibile. Per giudicare i governanti che hanno commesso crimini contro l'umanità c'è la Corte penale internazionale: perché non viene denunciato chi amministra la giustizia in quel paese?
Già la condizione femminile è tra le più scandalose del mondo civile. Il fatto di esprimere un'opinione, di osare opporsi a un sistema arcaico, ancorché perfettamente aggiornato sotto il profilo tecnico, è punito con la morte. Ma nel caso del giovane Ali, la punizione è già cominciata: prima sarà decapitato, poi crocifisso e infine lasciato agli uccelli rapaci e alla putrefazione. Immaginiamo che cosa sta passando quest'uomo nell'anticamera della morte: è già mezzo morto, morto di paura, morto di calvario anticipato. È diventato il simbolo della vittima la cui vita è stata confiscata da un regime in cui i diritti umani rientrano nella sfera del virtuale.
Anche se quello Stato ascoltasse le proteste internazionali e annullasse la condanna, resterà il problema dell'esistenza di un sistema medievale che non si può né criticare dall'interno né esautorare dall'esterno. Perché è potente, molto potente. La ricchezza gli procura i miliardi sufficienti per comprare qualsiasi cosa, dai beni materiali alle coscienze. Nessun paese ha voglia di contrastare l'Arabia Saudita. Sì, c'è l'Iran, ma vorrebbe soppiantarla per diventare il guardiano dei luoghi sacri e dei diritti umani non gli importa un fico. Tutti i paesi occidentali hanno progetti di contratti con l'Arabia e non vogliono sacrificarli per la vita di un ragazzo. Certo diversi capi di Stato hanno chiesto di annullare l'esecuzione di Ali, ma non vogliono spingersi più in là di così. In quello risiede la potenza dell'Arabia Saudita. Fa quello che vuole e non dà retta a nessuno.
Questa sentenza ricorda stranamente la condanna e l'esecuzione del grande poeta sufi (mistico) del decimo secolo Al Hallaj. Condannato a morte per aver detto, parlando del suo amore per Dio, " Ana Al Haq" (Io sono la Verità), il suo corpo è stato evirato e crocifisso. È marcito al sole. Al Hallaj era impaziente di raggiungere Dio, perché la sua passione per la divinità l'aveva fatto rinunciare ai beni e ai piaceri materiali della vita.
Ma se le autorità saudite hanno deciso di crocifiggere il giovane Ali non è in omaggio al poeta sufi ma semplicemente per crudeltà e arroganza. La loro potenza è nera come l'oro che li ricopre e che li rende così disumani.


(Traduzione di Elda Volterrani)

giovedì 17 settembre 2015

"Lo straniero" di Camus



Ho appena finito di rileggere “Lo Straniero” di Albert Camus, un capolavoro della letteratura europea. Lo straniero è stato scritto nel 1942 ma è di una attualità sconvolgente. Potrebbe essere stato scritto un mese fa come anche 300 anni fa.
Il protagonista Meursault è un uomo comune, un uomo che vive la vita come una serie coincidenze ed eventi non legati a se da nessun ordine materiale o divino. La vità è una casualità e l’uomo non è legato in nessun modo al circostante se non nella misura che egli stesso decide. E’ un libro impressionante “Lo straniero”, Camus riesce nell’impresa di annullare ogni emozione al protagonista, anche la più piccola e anche nei momenti difficili. Meursault uccide per il sole, è impassibile davanti alla morte della madre, non si rallegra davanti alla donna con cui condivide una storia d’amore ma non pensa di essere innamorato. Meursault è la massima esposizione del nulla, perché si trova nel mezzo di una società che lo rende straniero, produttivo per essa ma annullandolo. Dio non esiste e l’uomo che si trova da solo di fronte all’universo vive senza alcuna legge morale, secondo i limiti che egli stesso si impone. Ma non esiste nemmeno l’emozione, poiché la vita è un susseguirsi di eventi casuali e senza nesso logico, in cui tutto è fatalità e niente ha logica, se non la logica del nulla. Anche davanti alla condanna a morte il protagonista non cerca giustificazioni, non si difende e aborra le menzogne. Nella fantastica introduzione, Saviano descrive cosi il l’autore” La vita di Albert Camus è un romanzo che è possibile leggere in tutte le sue opere, vere e proprie tessere di un prezioso mosaico. Francese nato in Algeria. Francese che vive tra francesi d'oltremare. Francese che vive tra arabi. Francese che vive tra arabi che percepiscono le sue origini europee come un privilegio; eppure francese che proviene da una famiglia umile, di lavoratori. Camus nella sua vita si sentirà straniero sempre e per tutti. Straniero in Algeria perché privilegiato, straniero tra francesi. Ma straniero anche e soprattutto per la sua condizione di uomo; quindi, in definitiva, straniero tra stranieri.
Camus è straniero a tutto. La sua estraneità lo rende cittadino della riflessione continua. E quando nel '42 pubblica Lo straniero decide di fissare in volto il più complesso dei temi: l'estraneità dell'uomo alla società, all'universo intero. L'incolmabile e insanabile solitudine dell'uomo. Insomma, quando leggi Lo straniero , quando leggi del suo protagonista che per puro caso ammazza un arabo, quando leggi come tutto avvenga per fatalità, ti accorgi che Camus è riuscito in un'impresa impossibile: quella di descrivere l'esistenza come qualcosa che accade. E l'ha fatto non da uomo rinchiuso nei suoi demoni, non da uomo separato dal suo mondo, ma da uomo che vive pienamente la sua vita, e nonostante ciò ha compreso che la vita in fondo capita, senza ragione, senza colpa, semplicemente capita.”
Lo stesso Camus, forte dell’esperienza individuale di ognuno, che poi non è altro che il vissuto, diventa cosi alla base dell’esistenzialismo, ovvero il dovere di ogni uomo di affrontare come può il destino, che a volte riteniamo irrazionale, ma non perché non lo comprendiamo ma perché non ha logica per Camus. Tutto è senza senso, fino all’esistenza stessa, quindi anche l’emozione che associamo a determinati comportamenti. E’ semplicemente il teorema dell’Assurdo.
Tutto si manifesta alla fine del romanzo, dove lo stesso protagonista, oramai condannato a morte descrive il tutto con una lucidità tragica “Così vicina alla morte, la mamma doveva sentirsi liberata e pronta a rivivere tutto. Nessuno, nessuno aveva il diritto di piangere su di lei. E anch'io mi sentivo pronto a rivivere tutto. Come se quella grande ira mi avesse purgato dal male, liberato dalla speranza, davanti a quella notte carica di segni e di stelle, mi aprivo per la prima volta alla dolce indifferenza del mondo. Nel trovarlo così simile a me, finalmente così fraterno, ho sentito che ero stato felice, e che lo ero ancora. Perché tutto sia consumato, perché io sia meno solo, mi resta da augurarmi che ci siano molti spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi accolgano con grida di odio”.

Sicily road trip

C'è un pezzo di Sicilia che va fatta in strada, un road trip che ho ripetuto dopo tanti anni.
In totale abbiamo fatto circa 1000 km da quando abbiamo preso la macchina a Siracusa fino a quando l'abbiamo lasciato a Catania

Dalla città di Archimede a Cefalù passando da Messina via autostrada all'andata.
Abbiamo dormito nella città con i
l bellissimo duomo normanno.
L' indomani siamo ripartiti e siamo arrivati sui Monti iblei attraversando tutto il litorale tra Palermo e Catania con le Eolie sempre in vista, viaggio bellissimo tra montagne e mare. La strada si trova ai bordi del Tirreno e attraversa i paesini litoranei.
Siamo risaliti per i Nebrodi e trovandoci fino al versante ovest di Etna. Scendendo per  Catania siamo stati invasi da migliaia di piante di fichi d'India e abbiamo poi raggiunto Ferla superando la valle del Simeto e la zona dei frutteti di Lentini Carlentini Francofonte. Strada che avevo oramai dimenticato e che mi ha evocato tantissimi ricordi. Vedi tante Sicilie e ogni ora ti trovi davanti a panorami completamente diversi. Dal road trip sul mare fino a Patti, sali poi in montagna e ti ritrovi in paesini sperduti come Ucria. Ci siamo fermati per un buon caffè a Floresta, paese più alto della Sicilia, dove fa neve per cinque mesi l'anno. Dal versante del Monte Soro poi ci siamo catapultati tra le enormi distese di pietra nera del vulcano e siamo arrivati in un'oretta a Catania. Cosi dall'araba e fantastica Cefalú siamo passati alla montagna per poi ritrovarci immersi nelle colline dei monti Iblei.
L'indomani siamo passati al Barocco incantato di Noto, città incredibile e al Borgo di pescatori di  Marzamemi, dove ci siamo goduti un ottimo Spritz con il sole calante.Tutto tra un tramonto e un altro. Infine nella bellissima Pantalica, la vecchia necropoli che vive ancora tra leggende e miti.
Terra magica e piena di tesori questa Sicilia.

giovedì 2 luglio 2015

Tempest


Spettacolare recensione di OndaRock su "Tempest" di Bob Dylan, il suo trentacinquesimo album uscito nel 2012 che in questi giorni sto riascoltando. 


C'è una città, alle pendici della collina. Le sue strade hanno nomi che nessuna lingua umana ha mai pronunciato. È la Città Scarlatta, è la terra delle sette meraviglie del mondo. "È il luogo dove sono nato", canta Bob Dylan con il suo rantolo scavato dal tempo. Perché se Duluth ha dato i natali a Robert Allen Zimmerman, il suo doppio appartiene a un altro luogo: la patria di Bob Dylan è la stessa di Henry Lee e Omie Wise, la patria delle ombre dell'"Anthology Of American Folk Music". "Il male e il bene vivono fianco a fianco, ogni forma umana sembra glorificata", mormora sul violino antico di "Scarlet Town". Un tempo si struggeva per raggiungere il luogo in cui la bellezza ha preso forma, alla ricerca di un rifugio dalla tempesta. Ora che la tempesta è arrivata, è lì che la bellezza ha posto la sua casa. Una bellezza scarlatta, come suggerisce la copertina di "Tempest".

Il plebiscito che accompagna l'uscita di ogni nuovo disco di Bob Dylan, quantomeno nell'ultimo decennio, sembra essere diventato di volta in volta sempre più accondiscendente: nel caso di "Tempest" è bastata l'anticipazione del fatto che uno dei brani avrebbe superato i quattordici minuti di lunghezza per far gridare a priori al capolavoro. Ma con un personaggio sfuggente come Dylan è sin troppo facile cedere a qualche scorciatoia di comodo. In realtà, "Tempest" si pone in una continuità molto più stretta con i suoi diretti predecessori rispetto a quanto era stato pronosticato. Del resto, la band è sempre quella che accompagna Dylan sul palco nel suo instancabile giro del mondo, e il timone della produzione resta saldamente nelle sue mani, con una sfumatura appena più essenziale del solito.
Non c'è da stupirsi, insomma, se il morbido shuffle con cui "Duquesne Whistle" apre il disco sembra venire direttamente dalla vecchia sala da ballo di "Love And Theft". È il fischio di una fabbrica abbandonata, come quelle che un tempo erano l'orgoglio della città di Duquesne. È il fischio della locomotiva di un treno fantasma, che chiama a raccolta tutti quelli che incontra al suo passaggio. "Listen to that Duquesne whistle blowin'/ Blowin' like it's gonna sweep my world away". E il mondo in cui conduce è un mondo crudele e senz'anima, come nel video girato da Nash Edgerton per il brano: dove anche lo slancio ingenuo dell'innamoramento finisce calpestato dalla violenza, con il ghigno cinico di Dylan ad attraversare i bassifondi alla guida di una gang di strada.

"This is hard country to stay alive in/ Blades are everywhere and they're breaking my skin", proclama subito "Narrow Way". Avidità, corruzione, tradimento: la realtà di "Tempest" ricorda da vicino il decadente scenario immaginato da Dylan nel film "Masked And Anonymous". Il passo è quello del blues infaticabile di "Modern Times", che in "Early Roman Kings" si trasforma addirittura in un calco della celeberrima "Mannish Boy" di Muddy Waters. Ad accompagnarlo c'è ancora una volta la fisarmonica di David Hidalgo dei Los Lobos, come già in "Together Through Life". Potrebbero essere gli arroganti sovrani dell'antichità, potrebbero essere i guerrieri del Bronx che ne hanno adottato il nome: gli "Early Roman Kings" di Dylan sono ugualmente infidi e lascivi, ugualmente capaci di divorare anime e città.
Tra il languore country alla Hank Williams di "Soon After Midnight" e il senso di rimpianto di "Long And Wasted Years", per incontrare toni meno attesi occorre arrivare agli accenti pop-rock di "Pay In Blood", da qualche parte tra gli Stones e Warren Zevon, che con il suo ringhio vendicativo sarebbe stata perfetta per il Dylan dei tardi anni Settanta. Ma la vera novità di "Tempest" è un'altra: è il ritorno di Dylan alla narrazione, allo storytelling nella sua accezione più classica. Un gusto del racconto vivido e torrenziale, con cui Dylan non si cimentava più ormai da anni e di cui sembra invece pronto ad andare alla riscoperta nella parte conclusiva dell'album.

È questa, probabilmente, la ragione per cui "Tempest" sembra già destinato alla reputazione di vertice della discografia dylaniana del nuovo millennio: la scelta di Dylan di indossare nuovamente i panni del cantore di storie, pur senza l'immaginifica visionarietà del passato. In "Tin Angel" presta il suo timbro più mefistofelico a una murder ballad sanguinosa e ossessiva, tutta incentrata su un dialogo dal sapore grottesco. In "Roll On John" dedica una tardiva elegia funebre a John Lennon, quasi a voler replicare quella scritta ormai trent'anni fa per Lenny Bruce. Ma è soprattutto la cronaca del naufragio del Titanic, nelle oltre quaranta strofe di "Tempest", a reclamare un posto d'onore nel canzoniere di Dylan.
Danzando su un valzer dalle reminiscenze celtiche, il cantautore prende spunto da "The Titanic" della Carter Family per costruire una galleria di personaggi dal taglio cinematografico, in cui non è certo un caso trovare anche un "Leo" che rimanda senza troppe difficoltà al blockbuster di James Cameron. "La gente dirà che non è molto veritiero", riconosce Mr. Zimmerman. "Ma un songwriter non si interessa di che cosa sia veritiero. Quello di cui si interessa è ciò che avrebbe dovuto accadere, ciò che avrebbe potuto accadere. È questo il suo genere di verità".

Un tempo, di fronte alla tempesta, la preoccupazione di Dylan sarebbe stata quella di trovare qualcuno da incolpare. Anche allora, forse, stava raccontando un suo genere di verità. Oggi, invece, il suo Titanic s'inabissa con un senso di fatalità, mentre la vedetta sogna la nave inghiottita dalle onde. Il fratello si leva contro il fratello con la furia cieca della sopravvivenza. Gli amanti si dicono addio, gli ufficiali piangono sulle pagine del libro dell'Apocalisse. Ma qualcuno abbandona la sua cabina per porgere la mano a chi affonda. E per levare lo sguardo verso il cielo.
È questo che a Dylan interessa descrivere: come nel momento del dramma possa svelarsi la vera stoffa di cui un uomo è fatto. Ovvero, per dirla con le parole di Camus, come di fronte alla sventura l'uomo sia costretto a "ritrovare o assumere la più grande virtù: quella del Tutto o Nulla". La tempesta, paradossalmente, è la grande occasione. L'occasione di essere se stessi, anche quando la bellezza è scarlatta come il sangue.

venerdì 15 maggio 2015

Il brivido è andato


E’ morto BB King, e già questo basterebbe per chiudere questo pezzo. Il re del blues, il più profondo conoscitore vivente del blues è morto a 89 anni a Las Vegas.
Il mondo della musica lo piange ma soprattutto lo piange Lucille. Chi è Lucille? E’ una storia lunga.


Siamo a metà anni ’50 in Arkansas, un territorio arido e quasi spopolato, ci sono passato in Arkansas ed è la faccia più dura della vecchia America. Certo io ci sono passato nel 2014.  E’ attaccata al Tennessee e un ponte collega la mitica Memphis con lo stato. Mi ci sono trovato per caso, di notte e mi sono accorto che ero entrato solo perché ho trovato il posto di blocco della polizia e il cartello di benvenuto, poi ho girovagato per 30 km all’interno dello stato e sono tornato in Tennessee. Avrò incontrato forse 2 macchine.
Ma torniamo agli anni 50, e forse in Arkansas di macchine non Ne esistevano veramente, ma c’erano le bettole e i locali dove si suonava blues ed è li che c’era un cantante di colore ormai conosciuto in tutta l’America di colore. Si chiamava Riley B. King ma si faceva chiamare Beale Street Blues Boy, in onore alla famosa strada di Memphis. Le successive abbreviazioni (Blues Boy) lo portarono a chiamarsi ed essere conosciuto come B.B.King.
C’era un concerto in Arkansas e la gente beveva e ballava, quando c’era un cantante di colore il pubblico era soprattutto di colore, ma quel tipo strano che si faceva chiamare BB king portava anche qualche bianco. Sapete è l’America degli anni ‘50 e soprattutto è l’Arkansas di quegli anni, dove uno di colore diventa famoso solo se fa il pugile o suona il blues. BB king a dispetto della sua forma è un buono, e quindi decide di suonare il blues per scappare ai campi di cotone, alla fame. A undici anni è già orfano di madre e abbandonato dal padre, vive in una capanna trasandata a Itta Bena e solo nel 1943 scappa a Indianola, Mississippi, e poi in autostop a Memphis, Tennessee, dove imparò a suonare la chitarra con il cugino Bukka White. L’ha visto fare a uno di colore in una strada di Indianola e la gente gli dava anche monete. L’ha visto fare al reverendo del paese e vuole provare da tanto tempo. 

In Arkansas gli uomini bevono, perché non c’è altro e anche quella sera bevono e parecchio. Bevono soprattutto due e litigano per una donna. Gli animi si surriscaldano e tra una parola e l’altra volano pugni e qualcuno appicca il fuoco alla sala. Tutti scappano e resta dentro solo il cantante di colore, perché è rientrato a salvare la sua chitarra, gli era costata 2 anni di lavoro sui campi e migliaia di libbra di cotone. Riuscì a salvarsi perché l’edificio cadde sotto le fiamme e si aprì un varco. Uscì sano e malconcio BB King e venne a sapere che tutto era successo per una certa Lucille.
Da allora ogni chitarra e la sua mitica Gibson ES-355 si chiameranno sempre Lucille.
La stessa Lucille che ha fatto sognare milioni d’innamorati nel mondo, milioni di appassionati del blues, che ha ispirato centinaia di lavoratori lungo le vie del Mississippi e ha letteralmente creato mostri sacri del blues come Eric Clapton, Buddy Guy, Stevie Ray Vaughan e decine di chitarristi rock che da sempre hanno affermato di ispirarsi a BB king, da Bruce Springsteen a Bono degli U2, da Jeff Beck a Van Morrison da Phil Collins a Zucchero.
Ha suonato con tutti BB King, o meglio tutti hanno voluto suonare con lui, persino Pavarotti che lo volle a Modena per il suo Pavarotti and Friends. E’ citato in decine di canzoni e ogni turista che va negli Stati Uniti ha l’obbligo di fermarsi almeno per un Hot Dog nella catena BB KING Club dove puoi ascoltare 24h no stop musica live.
E’ passato da schiavo al tetto del mondo, l’ha voluto Obama alla casa bianca per conferirgli la massima onorificenza degli States in campo artistico, lui ha ricambiato con un Sweet Home Chicago cantato in tandem. 

Non è mai cambiato, è sempre stato l’uomo generoso e rispettoso del suo passato, basta leggere le decine di autobiografie in suo onore, ma una su tutte, “Blues All around me” in cui è lui stesso che si racconta. C’è un documentario bellissimo sul Re, si chiama “The life of Riley” in cui tutti i più grandi chitarristi al mondo lo omaggiano. La voce narrante è quella di Morgan Freeman. Alla domanda su come fai a riconoscere il suono di BB king tutti rispondono con un semplice “one note”. Da Santana a Clapton tutti innamorati dal sound del Re.

Bono nell’ultima intervista dice “Non è grande, è il più grande senza dubbio”. D'altronde era il destino di uno che di cognome faceva King.
Ora che quel brivido è andato, non a caso thrill is gone, mi piace pensarlo seduto su una nuvola con la sua grande Lucille ad accompagnare il ritmo delle giornate. E' l'uomo che mi ha fatto amare il blues più di ogni altro.

Ci resterà la sua mimica facciale, la sua umiltà quando a 85 anni gli danno la laurea honorem e la cittadinanza di una stato del sud e si mette a piangere dicendo “I’m so happy”, le centinaia di canzoni che non ho voluto citare appositamente, le esibizioni al Crossover di Chicago, i suoi 15 grammy award,i suoi 50 album, la forza di chi il blues lo sente e non solo lo sapeva suonare, il suo Sud, Baele Street, la risata, tutte le canzoni che ho sentito nell’infanzia, one note, il blues, Lucille che piange silenziosamente.
Blues never die

martedì 21 aprile 2015

Il grande esodo


Il mediterraneo è un’ecatombe, il mare della speranza si è trasformato per l'ennesima volta nel mare della morte, l'ultima traversata di chi partiva per cambiare vita e invece ha trovato la morte. Settecento morti, settecento vite spezzate da una tragedia immane, un nuovo Titanic ma senza clamore mediatico, l'ennesimo barcone pieno di figli di un dio minore, migliaia di morti ogni anno nel mare più bello al mondo, miglia di vite martoriate lasciate alla deriva.
Il silenzio viscido di un’Europa cinica e senz'anima, un’Europa troppo impegnata a discutere su parametri e a chiudersi a riccio su se stessa, un’Europa che ha dimenticato la solidarietà il sentimento primario per cui era nata. L'unione europea è troppo impegnata a litigare al suo interno, i tedeschi che non vogliono l'idraulico polacco, i francesi che respingono ogni ingresso, l'Inghilterra che rileva il suo essere inglese ad ogni minima cosa. Questa è la stessa Europa che si è appoggiata per troppo tempo agli Stati Uniti d'America, distruggendo i rapporti con la Russia e dimenticando che gli Stati Uniti hanno fatto della "mescolanza" la loro grande forza. Soprattutto però è la stessa che ha spodestato dalla Libia Gheddafi, che non era uno stinco di santo sicuramente, ma il momento dopo ha anche abbandonato la Libia lasciandola divisa e in mano ai fondamentalisti islamici. C'è il terrore in Libia e c'è la guerra, c'è la gente che scappa disperata e noi per l'ennesima volta stiamo tradendo i rifugiati che hanno creduto in noi e che ora affondano con i loro barconi da clandestini, in mano a contrabbandieri di diritti umani troppo poco umani per essere definiti tali. Gli stessi scafisti che fanno accordi con noi europei. 

Non si ci può fidare di questa Europa e non si può far finta di non vedere per l’ennesima volta.  In Sicilia si è creata una rete umanitaria pronta a soccorrere chi arriva, un modo per soccombere all'assenza dello stato. L’Italia non sa rispondere a tutto ciò, dimenticando facilmente che siamo stati un paese con una grandissima quantità di emigrati, basta andare negli Stati uniti o nel Sud America per capire. Il grande esodo sarà dimezzato dalla grandezza del mare e tra qualche anno saremo tutti noi a vergognarci e a sentirci responsabili per l’esiguo valore che attribuimmo alla vita altrui.