da Focus.it http://www.focus.it/cultura/storia/steve-jobs-chi-era
Oggi, Steve Jobs
avrebbe 60 anni. Ecco una mini biografia dell'uomo che ha messo
la tecnologia nelle mani di tutti.
Se oggi sono il computer e lo smartphone (non più il cane) a essere
il migliore amico dell’uomo, se è cambiato il modo in cui ascoltiamo la
musica, se il cellulare è diventato un apparecchio tuttofare, molto del
merito è suo. Di un californiano geniale e irascibile che si è ispirato a
Bob Dylan e a Picasso: è Steve Jobs, l’inventore della Apple, che il 24
febbraio 2015 avrebbe compiuto 60 anni.
Alcuni aspetti della sua esistenza sono stati avvolti dal mistero, a
partire dalla nascita: di certo si è sempre saputo che avvenne il 24
febbraio 1955. Dove? Già qui si aprirono le dispute. C’è chi dice che
Jobs sia nato a San Francisco (California) e chi sostiene che il piccolo
Steven Paul sia venuto al mondo nel Wisconsin. Apple, ufficialmente, si
è sempre rifiutata di fornire questa informazione. Finchè la biografia
ufficiale di Jobs svelò l'arcano: era nato a San Francisco. Il padre era
uno studente siriano, Abdulfattah "John" Jandali, che sarebbe diventato
in seguito un professore di scienze politiche.
La promessa. La madre
biologica era una studentessa universitaria che, temendo di non potergli
garantire un futuro dignitoso, lo diede in adozione. «Voleva che fossi
affidato a una coppia di laureati» raccontò Jobs in un discorso. «Quando
scoprì che la mia madre adottiva non aveva finito il college, e il
marito neppure il liceo, si rifiutò di firmare le carte. Finché non le
garantirono che sarei andato all’università».
Come stabilito molti anni prima, nel 1972 Steve Jobs si iscrisse
all’università, al Reed College, in Oregon. Ben presto capì che quei
corsi non erano poi tanto interessanti e che la vita del college era
troppo costosa per le casse di famiglia. Così iniziò ad affidarsi a due
consigliere che non lo avrebbero più abbandonato: la curiosità e
l’intuizione. Decise di mollare i corsi ufficiali e di seguire solo
quelli che gli interessavano. Come quello di calligrafia, dove imparò
tutto su scrittura, lettere e caratteri: queste conoscenze sarebbero
state alla base, molti anni dopo, delle capacità tipografiche del
Macintosh, il primo computer “per tutti” e non solo per smanettoni da
laboratorio.
La cura di mele. Per
risparmiare lasciò la camera del dormitorio e si fece ospitare da amici;
iniziò a raccogliere bottiglie di Coca-Cola vuote, per restituirle ai
venditori e avere in cambio cinque centesimi di cauzione; arrivò perfino
a farsi 10 km a piedi per raggiungere il tempio Hare Krishna dove, la
domenica, si mangiava gratis. Secondo Leander Kahney (autore della
biografia non autorizzata
Nella testa di Steve Jobs, Sperling
& Kupfer) provò pure una dieta di sole mele, nella speranza che ciò
(chissà perché) gli permettesse di non lavarsi. Non funzionò, ma forse
quelle mele gli portarono fortuna...
Tornato in California, Steve rispolverò la passione per l’elettronica
(gliel’aveva trasmessa un vicino di casa che si divertiva a giocare con
amplificatori, tv e ricetrasmittenti): iniziò a lavorare per Atari, uno
dei primi produttori di videogame, poi, con il suo amico e collega Steve
Wozniak, decise di mettersi in proprio e nel 1976 fondò la Apple
Computer. Sede della società: il garage di casa Jobs; logo: la mitica
mela morsicata che, anni dopo, sarebbe diventata un’icona
dell’high-tech; capitale sociale: poco, al punto che per finanziarsi
Jobs decise di vendere il suo furgone Volkswagen, mentre Wozniak fu
costretto a dare via la calcolatrice scientifica per mettere insieme
qualche dollaro.
Lo stile può attendere. La
loro prima creazione, Apple I, era un computer formato da pochi
componenti, dunque abbastanza economico. Aveva alcune caratteristiche
innovative per l’epoca: innanzitutto poteva essere collegato a una tv,
in più aveva un sistema di memorie (rom) che ne semplificava
l’accensione, una fase critica per i computer di allora. Estetica e
design, invece, sarebbero arrivati in futuro: Apple I in pratica era un
semplice circuito elettronico con attorno... il nulla. Chi lo comprava,
se lo sistemava come gli pareva: molti, per esempio, lo montarono in un
mobiletto di legno. Ne furono venduti 200: non male come inizio.
Sulla scia del primi successi, le azioni di Steve Jobs presero quota.
L’azienda inziò a crescere e lui a dare un’impronta sempre più forte ai
suoi prodotti. Arrivò Apple II, il primo computer fatto e finito (fin
da allora Jobs sosteneva che, una volta tirato fuori dalla scatola, un
computer doveva essere pronto da usare, senza parti da montare), seguito
da Apple III che, con i suoi problemi di surriscaldamento, risultò un
flop. Il motivo? Nel progetto non era stata prevista la ventola di
raffreddamento perché Jobs, pare, la riteneva poco elegante.
L’idea del mouse. Nel
dicembre 1979 fece un incontro importante: visitò un centro ricerche
dell’azienda informatica Xerox, dove stavano studiando un sistema che
avrebbe permesso di comandare i computer attraverso semplici menu a
icone. Fu la svolta: è grazie a questa idea (copiata pure dai
concorrenti) che Jobs e il suo team riuscirono nell’impresa di
trasformare il computer in un elettrodomestico alla portata anche degli
utenti meno esperti. La metamorfosi si completò nel 1984 con il lancio
del Macintosh, il primo computer controllato, oltre che con la tastiera,
con un nuovo e curioso apparecchio che fu ribattezzato mouse. Le
quotazioni di Steve Jobs (e della stessa Apple) schizzarono alle stelle.
Nel frattempo inziò una guerra di religione tra i fan della Mela e
quelli che utilizzavano computer di altre marche: in azienda nacque la
figura del Mac evangelista, un “tecnomistico” con la missione di
convincere amici e parenti della superiorità del Macintosh.
E le donne? Che ruolo hanno avuto nella vita di mr. iPod? Si dice che
a vent’anni fosse fidanzato con Joan Baez, icona della musica folk
americana e già compagna di Bob Dylan, uno dei suoi miti. Secondo Alan
Deutschman, autore di un’altra biografia non autorizzata (
I su e giù di Steve Jobs),
la storia sarebbe finita perché, per Jobs, la Baez sarebbe stata troppo
vecchia per avere un bambino. Un rapporto complicato, quello con la
paternità: quando (nel 1978) la sua prima ragazza Chris Ann gli comunicò
di essere incinta, lui non fece una piega e reagì come se la cosa non
lo riguardasse. La figlia Lisa nacque così in una comune. Nel 1991,
durante un rito buddhista, Jobs sposò Laurene Powell con cui avrebbe poi
messo al mondo tre figli.
Licenziato! Nel
frattempo era il rapporto con Apple ad essersi incrinato: dopo continui
contrasti con l’amministratore dell’epoca, nel 1985, Jobs fu costretto a
fare le valigie. Proprio lui che quella realtà l’aveva creata in garage
e resa una compagnia da 2 miliardi di dollari e 4 mila dipendenti,
veniva messo alla porta, perché ritenuto improduttivo e fuori controllo.
«Essere licenziato da Apple» raccontò in seguito, «fu la cosa migliore
che potesse capitarmi. [...] Mi liberò dagli impedimenti permettendomi
di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita». Di sicuro
non se ne rese conto subito.
Nei panni (di nuovo) del debuttante, Jobs fondò prima un’azienda
(NeXT) con l’idea di produrre computer all’avanguardia; per 10 milioni
di dollari ne rilevò un’altra, da George Lucas (il regista di
Guerre Stellari),
che stentava ad affermarsi nel campo della grafica computerizzata. La
NeXT non decollò, vendendo appena 50 mila computer in 8 anni, mentre la
Pixar (così fu ribattezzata l’altra società) si manteneva a galla a
fatica (e soprattutto grazie ai 60 milioni di dollari che Jobs ci rimise
di tasca sua). Ma proprio quando il fondatore della Mela stava per
affondare e pure la Apple, a causa di scelte sbagliate, non se la
passava tanto bene, a metà degli anni Novanta i loro destini si
incrociarono: Jobs convinse i “rivali” di Apple a scegliere un
rivoluzionario programma sviluppato da NeXT come base per i nuovi
computer, gli iMac. Non solo: Apple acquistò la NeXT stessa e nel 1996
Steve Jobs tornò a casa da numero uno.
Un’anima digitale. Insomma,
la fortuna era tornata a sorridergli e pure dalla Pixar gli arrivavano
conferme: nel 1995 nelle sale cinematografiche americane debuttò Toy
Story - il mondo dei giocattoli, il primo film realizzato completamente
con sistemi di animazione digitale. Un successo incredibile, il primo di
quello che sarebbe diventato ben presto il più importante studio di
animazione di Hollywood.
Tornato al timone della Apple, Jobs si trovò ad affrontare una
profonda crisi finanziaria. Lo fece ricorrendo anche ai licenziamenti di
massa. Sempre secondo una delle biografie “non allineate”, sembra che
Jobs bloccasse i dipendenti negli ascensori, interrogandoli sul loro
ruolo in azienda. Se la risposta non gli piaceva, ai malcapitati poteva
succedere di essere licenziati su due piedi. Una procedura, questa, che
divenne famosa con l’espressione “essere stevizzati”. Già, perché se
Jobs è famoso per le sue intuizioni folgoranti, è pur vero che ha un
carattere a dir poco difficile: pignolo ed egocentrico.
L’era dell’iPod. Proprio
queste qualità,secondo i suoi fan, sono il segreto delle sue vittorie:
in effetti dal suo ritorno il signor Apple non sbaglia un colpo o quasi.
A ottobre 2001 ha presentato l’iPod, il lettore portatile di musica che
è diventato oggetto di culto tra giovani e meno giovani, tra persone
comuni e celebrità. Un paio di anni più tardi ecco iTunes, il negozio
virtuale dove si possono comprare i dischi: le canzoni si “scaricano”
(legalmente e a pagamento) dal web con il computer. Poi si copiano
nell’iPod e si ascoltano... dovunque, in tram o durante il jogging. Un
fenomeno planetario che Apple ha celebrato nel 2010 dopo aver tagliato
il traguardo dei 10 miliardi di canzoni scaricate.
Una mattina del 2004, l’imprevisto: mr. iPod scoprì di avere un tumore
al pancreas. «I dottori mi dissero di mettere ordine nei miei affari»
raccontò a una classe di studenti, «e questo significa prepararsi a dire
ai figli in pochi mesi ciò che pensavi di poter dire loro in dieci
anni. Significa dire addio». Quando i medici analizzarono le cellule del
suo pancreas scoprirono che si trattava di un cancro rarissimo, ma
curabile con un’operazione. «Quella è stata la volta in cui sono stato
più vicino alla morte e spero sia anche l’unica per qualche decennio»,
confessò in seguito. Scampato il pericolo, Jobs si rituffò negli affari:
mentre le vendite degli iPod (di cui lanciava ogni anno nuove versioni)
andavano alla grande, decise di rilanciare. Convinse i suoi che un iPod
capace anche di telefonare avrebbe fatto il botto.
Rivoluzione al telefono. Nel
2007, svelò al pubblico l’iPhone: un cellulare dal design minimalista
(senza tastiera, con schermo sensibile al tocco), con capacità musicali e
in grado di navigare nel Web come il computer di casa. Erano veri e
propri eventi di culto, quelle presentazioni: in parte per il suo
linguaggio e la sua mimica, in parte per il suo look finto-casual, tutto
studiato a tavolino. Fioccano pure le parodie, come quella che, in una
puntata dei
Simpsons del 2008 vede protagonista un tale mr. Mobs, egocentrico e irascibile padrone di un colosso dell’elettronica chiamato Mapple...
Siccome ciò che pensa Jobs poi si trasforma in oro, pure l’iPhone è
diventato un cult: il giorno in cui venne lanciato ne furono venduti 500
mila; l’ultimo nato in casa Apple, l’iPad, ha creato un nuovo mercato.
Prima che la malattia si riaffacciasse, Jobs conduceva una vita
tranquilla, da buddista e vegetariano. C’è chi giura di averlo visto
qualche volta uscire dalla sua casa di Palo Alto a piedi nudi per fare
la spesa in un negozio di cibi biologici. Si era dato uno stipendio di
appena un dollaro all’anno, ma possedeva molte azioni Apple e poteva
contare su benefit come un jet da 90 milioni di dollari. Anche se
qualche mese prima della morte – resosi conto di non avere più energie
per guidare l'azienda – aveva passato il testimone a Tim Cook.
Come Einstein. Stanco di smentire le biografie “cattive” (una di queste,
iCon Steve Jobs,
lo fece infuriare al punto che volle far sparire tutti i libri
dell’editore dai negozi Apple) prima di morire aveva autorizzato una
pubblicazione ufficiale sulla sua vita: tanto per volare basso, l'ha scritta Walter Isaacson, lo stesso autore della biografia di Einstein, che passo diversi mesi insieme a Jobs per raccogliere i suoi ricordi.