lunedì 16 novembre 2015

Il sultano e San Francesco

In questi tristi giorni in cui Oriana Fallaci viene citata a sproposito da chi cerca di legittimare ad ogni costo la guerra, io preferisco Tiziano Terzani e i suoi scritti. Allo skyline che la signora ammirava dalla sua calda casa di Nyc, io preferisco la baita dell'Himalaya dello scrittore fiorentino, profondo conoscitore delle menti umane ed ineguagliabile esperto del mondo orientale.
Ecco perche riporto sul blog la lettera che Terzani invió alla Fallaci nel 2011 dopo "La rabbia e l'orgoglio" e l'attentato alle twin towers. 
Non occorre citare altro, davanti alla grandezza di Terzani è necessario bloccare le parole e leggere.





Il Sultano e San Francesco
Oriana, dalla finestra di una casa poco lontana da quella in cui anche tu sei nata, guardo le lame austere ed eleganti dei cipressi contro il cielo e ti penso a guardare, dalle tue finestre a New York, il panorama dei grattacieli da cui ora mancano le Torri Gemelle. Mi torna in mente un pomeriggio di tanti, tantissimi anni fa quando assieme facemmo una lunga passeggiata per le stradine di questi nostri colli argentati dagli ulivi. Io mi affacciavo, piccolo, alla professione nella quale tu eri già grande e tu proponesti di scambiarci delle «Lettere da due mondi diversi»: io dalla Cina dell’ immediato dopo-Mao in cui andavo a vivere, tu dall’ America. Per colpa mia non lo facemmo. Ma è in nome di quella tua generosa offerta di allora, e non certo per coinvolgerti ora in una corrispondenza che tutti e due vogliamo evitare, che mi permetto di scriverti. Davvero mai come ora, pur vivendo sullo stesso pianeta, ho l’ impressione di stare in un mondo assolutamente diverso dal tuo.
Ti scrivo anche – e pubblicamente per questo – per non far sentire troppo soli quei lettori che forse, come me, sono rimasti sbigottiti dalle tue invettive, quasi come dal crollo delle due Torri. Là morivano migliaia di persone e con loro il nostro senso di sicurezza; nelle tue parole sembra morire il meglio della testa umana – la ragione; il meglio del cuore – la compassione. Il tuo sfogo mi ha colpito, ferito e mi ha fatto pensare a Karl Kraus. «Chi ha qualcosa da dire si faccia avanti e taccia», scrisse, disperato dal fatto che, dinanzi all’ indicibile orrore della Prima Guerra Mondiale, alla gente non si fosse paralizzata la lingua. Al contrario, gli si era sciolta, creando tutto attorno un assurdo e confondente chiacchierio. Tacere per Kraus significava riprendere fiato, cercare le parole giuste, riflettere prima di esprimersi. Lui usò di quel consapevole silenzio per scrivere Gli ultimi giorni dell’ umanità, un’ opera che sembra essere ancora di un’ inquietante attualità. Pensare quel che pensi e scriverlo è un tuo diritto. Il problema è però che, grazie alla tua notorietà, la tua brillante lezione di intolleranza arriva ora anche nelle scuole, influenza tanti giovani e questo mi inquieta. Il nostro di ora è un momento di straordinaria importanza. L’ orrore indicibile è appena cominciato, ma è ancora possibile fermarlo facendo di questo momento una grande occasione di ripensamento. È un momento anche di enorme responsabilità perché certe concitate parole, pronunciate dalle lingue sciolte, servono solo a risvegliare i nostri istinti più bassi, ad aizzare la bestia dell’ odio che dorme in ognuno di noi ed a provocare quella cecità delle passioni che rende pensabile ogni misfatto e permette, a noi come ai nostri nemici, il suicidarsi e l’ uccidere. «Conquistare le passioni mi pare di gran lunga più difficile che conquistare il mondo con la forza delle armi. Ho ancora un difficile cammino dinanzi a me», scriveva nel 1925 quella bell’ anima di Gandhi. Ed aggiungeva: «Finché l’ uomo non si metterà di sua volontà all’ ultimo posto fra le altre creature sulla terra, non ci sarà per lui alcuna salvezza». E tu, Oriana, mettendoti al primo posto di questa crociata contro tutti quelli che non sono come te o che ti sono antipatici, credi davvero di offrirci salvezza? La salvezza non è nella tua rabbia accalorata, né nella calcolata campagna militare chiamata, tanto per rendercela più accettabile, «Libertà duratura».
O tu pensi davvero che la violenza sia il miglior modo per sconfiggere la violenza? Da che mondo è mondo non c’ è stata ancora la guerra che ha messo fine a tutte le guerre. Non lo sarà nemmen questa. Quel che ci sta succedendo è nuovo. Il mondo ci sta cambiando attorno. Cambiamo allora il nostro modo di pensare, il nostro modo di stare al mondo. È una grande occasione. Non perdiamola: rimettiamo in discussione tutto, immaginiamoci un futuro diverso da quello che ci illudevamo d’ aver davanti prima dell’ 11 settembre e soprattutto non arrendiamoci alla inevitabilità di nulla, tanto meno all’ inevitabilità della guerra come strumento di giustizia o semplicemente di vendetta. Le guerre sono tutte terribili. Il moderno affinarsi delle tecniche di distruzione e di morte le rendono sempre più tali. Pensiamoci bene: se noi siamo disposti a combattere la guerra attuale con ogni arma a nostra disposizione, compresa quella atomica, come propone il Segretario alla Difesa americano, allora dobbiamo aspettarci che anche i nostri nemici, chiunque essi siano, saranno ancor più determinati di prima a fare lo stesso, ad agire senza regole, senza il rispetto di nessun principio. Se alla violenza del loro attacco alle Torri Gemelle noi risponderemo con una ancor più terribile violenza – ora in Afghanistan, poi in Iraq, poi chi sa dove -, alla nostra ne seguirà necessariamente una loro ancora più orribile e poi un’ altra nostra e così via. Perché non fermarsi prima? Abbiamo perso la misura di chi siamo, il senso di quanto fragile ed interconnesso sia il mondo in cui viviamo, e ci illudiamo di poter usare una dose, magari «intelligente», di violenza per mettere fine alla terribile violenza altrui. Cambiamo illusione e, tanto per cominciare, chiediamo a chi fra di noi dispone di armi nucleari, armi chimiche e armi batteriologice – Stati Uniti in testa – d’ impegnarsi solennemente con tutta l’umanità a non usarle mai per primo, invece di ricordarcene minacciosamente la disponibilità. Sarebbe un primo passo in una nuova direzione. Non solo questo darebbe a chi lo fa un vantaggio morale – di per sé un’ arma importante per il futuro -, ma potrebbe anche disinnescare l’ orrore indicibile ora attivato dalla reazione a catena della vendetta. In questi giorni ho ripreso in mano un bellissimo libro (peccato che non sia ancora in italiano) di un vecchio amico, uscito due anni fa in Germania. Il libro si intitola Die Kunst, nicht regiert zu werden: ethische Politik von Sokrates bis Mozart (L’ arte di non essere governati: l’ etica politica da Socrate a Mozart). L’ autore è Ekkehart Krippendorff, che ha insegnato per anni a Bologna prima di tornare all’ Università di Berlino. La affascinante tesi di Krippendorff è che la politica, nella sua espressione più nobile, nasce dal superamento della vendetta e che la cultura occidentale ha le sue radici più profonde in alcuni miti, come quello di Caino e quello delle Erinni, intesi da sempre a ricordare all’ uomo la necessità di rompere il circolo vizioso della vendetta per dare origine alla civiltà. Caino uccide il fratello, ma Dio impedisce agli uomini di vendicare Abele e, dopo aver marchiato Caino – un marchio che è anche una protezione -, lo condanna all’ esilio dove quello fonda la prima città.
La vendetta non è degli uomini, spetta a Dio. Secondo Krippendorff il teatro, da Eschilo a Shakespeare, ha avuto una funzione determinante nella formazione dell’ uomo occidentale perché col suo mettere sulla scena tutti i protagonisti di un conflitto, ognuno col suo punto di vista, i suoi ripensamenti e le sue possibili scelte di azione, il teatro è servito a far riflettere sul senso delle passioni e sulla inutilità della violenza che non raggiunge mai il suo fine. Purtroppo, oggi, sul palcoscenico del mondo noi occidentali siamo insieme i soli protagonisti ed i soli spettatori, e così, attraverso le nostre televisioni ed i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore. A te, Oriana, i kamikaze non interessano. A me tanto invece. Ho passato giorni in Sri Lanka con alcuni giovani delle «Tigri Tamil», votati al suicidio. Mi interessano i giovani palestinesi di «Hamas» che si fanno saltare in aria nelle pizzerie israeliane. Un po’ di pietà sarebbe forse venuta anche a te se in Giappone, sull’ isola di Kyushu, tu avessi visitato Chiran, il centro dove i primi kamikaze vennero addestrati e tu avessi letto le parole, a volte poetiche e tristissime, scritte segretamente prima di andare, riluttanti, a morire per la bandiera e per l’ Imperatore. I kamikaze mi interessano perché vorrei capire che cosa li rende così disposti a quell’ innaturale atto che è il suicidio e che cosa potrebbe fermarli. Quelli di noi a cui i figli – fortunatamente – sono nati, si preoccupano oggi moltissimo di vederli bruciare nella fiammata di questo nuovo, dilagante tipo di violenza di cui l’ ecatombe nelle Torri Gemelle potrebbe essere solo un episodio. Non si tratta di giustificare, di condonare, ma di capire.
Capire, perché io sono convinto che il problema del terrorismo non si risolverà uccidendo i terroristi, ma eliminando le ragioni che li rendono tali. Niente nella storia umana è semplice da spiegare e fra un fatto ed un altro c’è raramente una correlazione diretta e precisa. Ogni evento, anche della nostra vita, è il risultato di migliaia di cause che producono, assieme a quell’ evento, altre migliaia di effetti, che a loro volta sono le cause di altre migliaia di effetti. L’ attacco alle Torri Gemelle è uno di questi eventi: il risultato di tanti e complessi fatti antecedenti. Certo non è l’ atto di «una guerra di religione» degli estremisti musulmani per la conquista delle nostre anime, una Crociata alla rovescia, come la chiami tu, Oriana. Non è neppure «un attacco alla libertà ed alla democrazia occidentale», come vorrebbe la semplicistica formula ora usata dai politici.
Un vecchio accademico dell’ Università di Berkeley, un uomo certo non sospetto di anti-americanismo o di simpatie sinistrorse dà di questa storia una interpretazione completamente diversa. «Gli assassini suicidi dell’ 11 settembre non hanno attaccato l’ America: hanno attaccato la politica estera americana», scrive Chalmers Johnson nel numero di The Nation del 15 ottobre. Per lui, autore di vari libri – l’ ultimo, Blowback, contraccolpo, uscito l’ anno scorso (in Italia edito da Garzanti ndr) ha del profetico – si tratterebbe appunto di un ennesimo «contraccolpo» al fatto che, nonostante la fine della Guerra Fredda e lo sfasciarsi dell’ Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno mantenuto intatta la loro rete imperiale di circa 800 installazioni militari nel mondo. Con una analisi che al tempo della Guerra Fredda sarebbe parsa il prodotto della disinformazione del Kgb, Chalmers Johnson fa l’ elenco di tutti gli imbrogli, complotti, colpi di Stato, delle persecuzioni, degli assassinii e degli interventi a favore di regimi dittatoriali e corrotti nei quali gli Stati Uniti sono stati apertamente o clandestinamente coinvolti in America Latina, in Africa, in Asia e nel Medio Oriente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi.
Il «contraccolpo» dell’ attacco alle Torri Gemelle ed al Pentagono avrebbe a che fare con tutta una serie di fatti di questo tipo: fatti che vanno dal colpo di Stato ispirato dalla Cia contro Mossadeq nel 1953, seguito dall’ installazione dello Shah in Iran, alla Guerra del Golfo, con la conseguente permanenza delle truppe americane nella penisola araba, in particolare l’ Arabia Saudita dove sono i luoghi sacri dell’ Islam. Secondo Johnson sarebbe stata questa politica americana «a convincere tanta brava gente in tutto il mondo islamico che gli Stati Uniti sono un implacabile nemico». Così si spiegherebbe il virulento anti-americanismo diffuso nel mondo musulmano e che oggi tanto sorprende gli Stati Uniti ed i loro alleati. Esatta o meno che sia l’ analisi di Chalmers Johnson, è evidente che al fondo di tutti i problemi odierni degli americani e nostri nel Medio Oriente c’ è, a parte la questione israeliano-palestinese, la ossessiva preoccupazione occidentale di far restare nelle mani di regimi «amici», qualunque essi fossero, le riserve petrolifere della regione. Questa è stata la trappola. L’ occasione per uscirne è ora. Perché non rivediamo la nostra dipendenza economica dal petrolio? Perché non studiamo davvero, come avremmo potuto già fare da una ventina d’ anni, tutte le possibili fonti alternative di energia? Ci eviteremmo così d’ essere coinvolti nel Golfo con regimi non meno repressivi ed odiosi dei talebani; ci eviteremmo i sempre più disastrosi «contraccolpi» che ci verranno sferrati dagli oppositori a quei regimi, e potremmo comunque contribuire a mantenere un migliore equilibrio ecologico sul pianeta. Magari salviamo così anche l’ Alaska che proprio un paio di mesi fa è stata aperta ai trivellatori, guarda caso dal presidente Bush, le cui radici politiche – tutti lo sanno – sono fra i petrolieri.
A proposito del petrolio, Oriana, sono certo che anche tu avrai notato come, con tutto quel che si sta scrivendo e dicendo sull’ Afghanistan, pochissimi fanno notare che il grande interesse per questo paese è legato al fatto d’ essere il passaggio obbligato di qualsiasi conduttura intesa a portare le immense risorse di metano e petrolio dell’ Asia Centrale (vale a dire di quelle repubbliche ex-sovietiche ora tutte, improvvisamente, alleate con gli Stati Uniti) verso il Pakistan, l’India e da lì nei paesi del Sud Est Asiatico. Il tutto senza dover passare dall’ Iran. Nessuno in questi giorni ha ricordato che, ancora nel 1997, due delegazioni degli «orribili» talebani sono state ricevute a Washington (anche al Dipartimento di Stato) per trattare di questa faccenda e che una grande azienda petrolifera americana, la Unocal, con la consulenza niente di meno che di Henry Kissinger, si è impegnata col Turkmenistan a costruire quell’ oleodotto attraverso l’ Afghanistan. È dunque possibile che, dietro i discorsi sulla necessità di proteggere la libertà e la democrazia, l’ imminente attacco contro l’ Afghanistan nasconda anche altre considerazioni meno altisonanti, ma non meno determinanti. È per questo che nell’ America stessa alcuni intellettuali cominciano a preoccuparsi che la combinazione fra gli interessi dell’ industria petrolifera con quelli dell’ industria bellica – combinazione ora prominentemente rappresentata nella compagine al potere a Washington – finisca per determinare in un unico senso le future scelte politiche americane nel mondo e per limitare all’ interno del paese, in ragione dell’ emergenza anti-terrorismo, i margini di quelle straordinarie libertà che rendono l’ America così particolare. Il fatto che un giornalista televisivo americano sia stato redarguito dal pulpito della Casa Bianca per essersi chiesto se l’ aggettivo «codardi», usato da Bush, fosse appropriato per i terroristi-suicidi, così come la censura di certi programmi e l’ allontanamento da alcuni giornali, di collaboratori giudicati non ortodossi, hanno aumentato queste preoccupazioni. L’ aver diviso il mondo in maniera – mi pare – «talebana», fra «quelli che stanno con noi e quelli contro di noi», crea ovviamente i presupposti per quel clima da caccia alle streghe di cui l’ America ha già sofferto negli anni Cinquanta col maccartismo, quando tanti intellettuali, funzionari di Stato ed accademici, ingiustamente accusati di essere comunisti o loro simpatizzanti, vennero perseguitati, processati e in moltissimi casi lasciati senza lavoro.
Il tuo attacco, Oriana – anche a colpi di sputo – alle «cicale» ed agli intellettuali «del dubbio» va in quello stesso senso. Dubitare è una funzione essenziale del pensiero; il dubbio è il fondo della nostra cultura. Voler togliere il dubbio dalle nostre teste è come volere togliere l’ aria ai nostri polmoni. Io non pretendo affatto d’ aver risposte chiare e precise ai problemi del mondo (per questo non faccio il politico), ma penso sia utile che mi si lasci dubitare delle risposte altrui e mi si lasci porre delle oneste domande. In questi tempi di guerra non deve essere un crimine parlare di pace. Purtroppo anche qui da noi, specie nel mondo «ufficiale» della politica e dell’ establishment mediatico, c’ è stata una disperante corsa alla ortodossia. È come se l’ America ci mettesse già paura. Capita così di sentir dire in televisione a un post-comunista in odore di una qualche carica nel suo partito, che il soldato Ryan è un importante simbolo di quell’ America che per due volte ci ha salvato. Ma non c’ era anche lui nelle marce contro la guerra americana in Vietnam?
Per i politici – me ne rendo conto – è un momento difficilissimo. Li capisco e capisco ancor più l’ angoscia di qualcuno che, avendo preso la via del potere come una scorciatoia per risolvere un piccolo conflitto di interessi terreni si ritrova ora alle prese con un enorme conflitto di interessi divini, una guerra di civiltà combattuta in nome di Iddio e di Allah. No. Non li invidio, i politici. Siamo fortunati noi, Oriana. Abbiamo poco da decidere e non trovandoci in mezzo ai flutti del fiume, abbiamo il privilegio di poter stare sulla riva a guardare la corrente. Ma questo ci impone anche grandi responsabilità come quella, non facile, di andare dietro alla verità e di dedicarci soprattutto «a creare campi di comprensione, invece che campi di battaglia», come ha scritto Edward Said, professore di origine palestinese ora alla Columbia University, in un saggio sul ruolo degli intellettuali uscito proprio una settimana prima degli attentati in America. Il nostro mestiere consiste anche nel semplificare quel che è complicato. Ma non si può esagerare, Oriana, presentando Arafat come la quintessenza della doppiezza e del terrorismo ed indicando le comunità di immigrati musulmani da noi come incubatrici di terroristi.
Le tue argomentazioni verranno ora usate nelle scuole contro quelle buoniste, da libro Cuore, ma tu credi che gli italiani di domani, educati a questo semplicismo intollerante, saranno migliori? Non sarebbe invece meglio che imparassero, a lezione di religione, anche che cosa è l’ Islam? Che a lezione di letteratura leggessero anche Rumi o il da te disprezzato Omar Kayan? Non sarebbe meglio che ci fossero quelli che studiano l’ arabo, oltre ai tanti che già studiano l’ inglese e magari il giapponese? Lo sai che al ministero degli Esteri di questo nostro paese affacciato sul Mediterraneo e sul mondo musulmano, ci sono solo due funzionari che parlano arabo? Uno attualmente è, come capita da noi, console ad Adelaide in Australia. Mi frulla in testa una frase di Toynbee: «Le opere di artisti e letterati hanno vita più lunga delle gesta di soldati, di statisti e mercanti. I poeti ed i filosofi vanno più in là degli storici. Ma i santi e i profeti valgono di più di tutti gli altri messi assieme». Dove sono oggi i santi ed i profeti? Davvero, ce ne vorrebbe almeno uno! Ci rivorrebbe un San Francesco. Anche i suoi erano tempi di crociate, ma il suo interesse era per «gli altri», per quelli contro i quali combattevano i crociati. Fece di tutto per andarli a trovare. Ci provò una prima volta, ma la nave su cui viaggiava naufragò e lui si salvò a malapena. Ci provò una seconda volta, ma si ammalò prima di arrivare e tornò indietro. Finalmente, nel corso della quinta crociata, durante l’ assedio di Damietta in Egitto, amareggiato dal comportamento dei crociati («vide il male ed il peccato»), sconvolto da una spaventosa battaglia di cui aveva visto le vittime, San Francesco attraversò le linee del fronte. Venne catturato, incatenato e portato al cospetto del Sultano. Peccato che non c’ era ancora la Cnn – era il 1219 – perché sarebbe interessantissimo rivedere oggi il filmato di quell’ incontro. Certo fu particolarissimo perché, dopo una chiacchierata che probabilmente andò avanti nella notte, al mattino il Sultano lasciò che San Francesco tornasse, incolume, all’ accampamento dei crociati. Mi diverte pensare che l’ uno disse all’ altro le sue ragioni, che San Francesco parlò di Cristo, che il Sultano lesse passi del Corano e che alla fine si trovarono d’ accordo sul messaggio che il poverello di Assisi ripeteva ovunque: «Ama il prossimo tuo come te stesso». Mi diverte anche immaginare che, siccome il frate sapeva ridere come predicare, fra i due non ci fu aggressività e che si lasciarono di buon umore sapendo che comunque non potevano fermare la storia. Ma oggi? Non fermarla può voler dire farla finire.
Ti ricordi, Oriana, Padre Balducci che predicava a Firenze quando noi eravamo ragazzi? Riguardo all’ orrore dell’ olocausto atomico pose una bella domanda: «La sindrome da fine del mondo, l’ alternativa fra essere e non essere, hanno fatto diventare l’ uomo più umano?». A guardarsi intorno la risposta mi pare debba essere «No». Ma non possiamo rinunciare alla speranza. «Mi dica, che cosa spinge l’ uomo alla guerra?», chiedeva Albert Einstein nel 1932 in una lettera a Sigmund Freud. «È possibile dirigere l’ evoluzione psichica dell’ uomo in modo che egli diventi più capace di resistere alla psicosi dell’ odio e della distruzione?» Freud si prese due mesi per rispondergli. La sua conclusione fu che c’ era da sperare: l’ influsso di due fattori – un atteggiamento più civile, ed il giustificato timore degli effetti di una guerra futura – avrebbe dovuto mettere fine alle guerre in un prossimo avvenire. Giusto in tempo la morte risparmiò a Freud gli orrori della Seconda Guerra Mondiale. Non li risparmiò invece ad Einstein, che divenne però sempre più convinto della necessità del pacifismo.Nel 1955, poco prima di morire, dalla sua casetta di Princeton in America dove aveva trovato rifugio, rivolse all’ umanità un ultimo appello per la sua sopravvivenza: «Ricordatevi che siete uomini e dimenticatevi tutto il resto».
Per difendersi, Oriana, non c’ è bisogno di offendere (penso ai tuoi sputi ed ai tuoi calci). Per proteggersi non c’ è bisogno d’ ammazzare. Ed anche in questo possono esserci delle giuste eccezioni. M’ è sempre piaciuta nei Jataka, le storie delle vite precedenti di Buddha, quella in cui persino lui, epitome della non violenza, in una incarnazione anteriore uccide. Viaggia su una barca assieme ad altre 500 persone. Lui, che ha già i poteri della preveggenza, «vede» che uno dei passeggeri, un brigante, sta per ammazzare tutti e derubarli e lui lo previene buttandolo nell’ acqua ad affogare per salvare gli altri. Essere contro la pena di morte non vuol dire essere contro la pena in genere ed in favore della libertà di tutti i delinquenti. Ma per punire con giustizia occorre il rispetto di certe regole che sono il frutto dell’ incivilimento, occorre il convincimento della ragione, occorrono delle prove.
I gerarchi nazisti furono portati dinanzi al Tribunale di Norimberga; quelli giapponesi responsabili di tutte le atrocità commesse in Asia, furono portati dinanzi al Tribunale di Tokio prima di essere, gli uni e gli altri, dovutamente impiccati. Le prove contro ognuno di loro erano schiaccianti. Ma quelle contro Osama Bin Laden? «Noi abbiamo tutte le prove contro Warren Anderson, presidente della Union Carbide. Aspettiamo che ce lo estradiate», scrive in questi giorni dall’ India agli americani, ovviamente a mo’ di provocazione, Arundhati Roy, la scrittrice de Il Dio delle piccole cose: una come te, Oriana, famosa e contestata, amata ed odiata. Come te, sempre pronta a cominciare una rissa, la Roy ha usato della discussione mondiale su Osama Bin Laden per chiedere che venga portato dinanzi ad un tribunale indiano il presidente americano della Union Carbide responsabile dell’ esplosione nel 1984 nella fabbrica chimica di Bhopal in India che fece 16.000 morti. Un terrorista anche lui? Dal punto di vista di quei morti forse sì. L’ immagine del terrorista che ora ci viene additata come quella del «nemico» da abbattere è il miliardario saudita che, da una tana nelle montagne dell’ Afghanistan, ordina l’ attacco alle Torri Gemelle; è l’ ingegnere-pilota, islamista fanatico, che in nome di Allah uccide se stesso e migliaia di innocenti; è il ragazzo palestinese che con una borsetta imbottita di dinamite si fa esplodere in mezzo ad una folla. Dobbiamo però accettare che per altri il «terrorista» possa essere l’ uomo d’ affari che arriva in un paese povero del Terzo Mondo con nella borsetta non una bomba, ma i piani per la costruzione di una fabbrica chimica che, a causa di rischi di esplosione ed inquinamento, non potrebbe mai essere costruita in un paese ricco del Primo Mondo. E la centrale nucleare che fa ammalare di cancro la gente che ci vive vicino? E la diga che disloca decine di migliaia di famiglie? O semplicemente la costruzione di tante piccole industrie che cementificano risaie secolari, trasformando migliaia di contadini in operai per produrre scarpe da ginnastica o radioline, fino al giorno in cui è più conveniente portare quelle lavorazioni altrove e le fabbriche chiudono, gli operai restano senza lavoro e non essendoci più i campi per far crescere il riso, muoiono di fame? Questo non è relativismo. Voglio solo dire che il terrorismo, come modo di usare la violenza, può esprimersi in varie forme, a volte anche economiche, e che sarà difficile arrivare ad una definizione comune del nemico da debellare.
I governi occidentali oggi sono uniti nell’ essere a fianco degli Stati Uniti; pretendono di sapere esattamente chi sono i terroristi e come vanno combattuti. Molto meno convinti però sembrano i cittadini dei vari paesi. Per il momento non ci sono state in Europa dimostrazioni di massa per la pace; ma il senso del disagio è diffuso così come è diffusa la confusione su quel che si debba volere al posto della guerra. «Dateci qualcosa di più carino del capitalismo», diceva il cartello di un dimostrante in Germania. «Un mondo giusto non è mai NATO», c’ era scritto sullo striscione di alcuni giovani che marciavano giorni fa a Bologna. Già. Un mondo «più giusto» è forse quel che noi tutti, ora più che mai, potremmo pretendere. Un mondo in cui chi ha tanto si preoccupa di chi non ha nulla; un mondo retto da principi di legalità ed ispirato ad un po’ più di moralità. La vastissima, composita alleanza che Washington sta mettendo in piedi, rovesciando vecchi schieramenti e riavvicinando paesi e personaggi che erano stati messi alla gogna, solo perché ora tornano comodi, è solo l’ ennesimo esempio di quel cinismo politico che oggi alimenta il terrorismo in certe aree del mondo e scoraggia tanta brava gente nei nostri paesi.
Gli Stati Uniti, per avere la maggiore copertura possibile e per dare alla guerra contro il terrorismo un crisma di legalità internazionale, hanno coinvolto le Nazioni Unite, eppure gli Stati Uniti stessi rimangono il paese più reticente a pagare le proprie quote al Palazzo di Vetro, sono il paese che non ha ancora ratificato né il trattato costitutivo della Corte Internazionale di Giustizia, né il trattato per la messa al bando delle mine anti-uomo e tanto meno quello di Kyoto sulle mutazioni climatiche. L’ interesse nazionale americano ha la meglio su qualsiasi altro principio. Per questo ora Washington riscopre l’ utilità del Pakistan, prima tenuto a distanza per il suo regime militare e punito con sanzioni economiche a causa dei suoi esperimenti nucleari; per questo la Cia sarà presto autorizzata di nuovo ad assoldare mafiosi e gangster cui affidare i «lavoretti sporchi» di liquidare qua e là nel mondo le persone che la Cia stessa metterà sulla sua lista nera. Eppure un giorno la politica dovrà ricongiungersi con l’ etica se vorremo vivere in un mondo migliore: migliore in Asia come in Africa, a Timbuctu come a Firenze. A proposito, Oriana. Anche a me ogni volta che, come ora, ci passo, questa città mi fa male e mi intristisce.
Tutto è cambiato, tutto è involgarito. Ma la colpa non è dell’ Islam o degli immigrati che ci si sono installati. Non son loro che han fatto di Firenze una città bottegaia, prostituita al turismo! È successo dappertutto. Firenze era bella quando era più piccola e più povera. Ora è un obbrobrio, ma non perché i musulmani si attendano in Piazza del Duomo, perché i filippini si riuniscono il giovedì in Piazza Santa Maria Novella e gli albanesi ogni giorno attorno alla stazione. È così perché anche Firenze s’ è «globalizzata», perché non ha resistito all’ assalto di quella forza che, fino ad ieri, pareva irresistibile: la forza del mercato. Nel giro di due anni da una bella strada del centro in cui mi piaceva andare a spasso è scomparsa una libreria storica, un vecchio bar, una tradizionalissima farmacia ed un negozio di musica. Per far posto a che? A tanti negozi di moda. Credimi, anch’ io non mi ci ritrovo più. Per questo sto, anch’ io ritirato, in una sorta di baita nell’ Himalaya indiana dinanzi alle più divine montagne del mondo. Passo ore, da solo, a guardarle, lì maestose ed immobili, simbolo della più grande stabilità, eppure anche loro, col passare delle ore, continuamente diverse e impermanenti come tutto in questo mondo. La natura è una grande maestra, Oriana, e bisogna ogni tanto tornarci a prendere lezione. Tornaci anche tu. Chiusa nella scatola di un appartamento dentro la scatola di un grattacielo, con dinanzi altri grattacieli pieni di gente inscatolata, finirai per sentirti sola davvero; sentirai la tua esistenza come un accidente e non come parte di un tutto molto, molto più grande di tutte le torri che hai davanti e di quelle che non ci sono più. Guarda un filo d’ erba al vento e sentiti come lui. Ti passerà anche la rabbia. Ti saluto, Oriana e ti auguro di tutto cuore di trovare pace. Perché se quella non è dentro di noi non sarà mai da nessuna parte. Il Sultano e San Francesco. Non possiamo rinunciare alla speranza.

sabato 14 novembre 2015

Je suis Parisien

È una tremenda sensazione di vuoto che ci avvolge nel silenzio di questa drammatica notte parigina, francese, europea. L'Europa sotto attacco in una delle sue città più rappresentative. Fraternitè, Libertè Egalitè, riemerge forte e accomuna tutti noi. È la terribile condizione di chi ti viola la tua cultura uccidendola. È l'obbrobrio assoluto, la negazione della tolleranza adottata da tutti i francesi, da tutti gli europei verso ogni forma di cultura diversa. C'è un'immagine che racchiude questo stato d'anima, è la Tour Effeil spenta, tutta la notte, in segno di lutto.
La Francia è sempre stata lo Stato capofila, lo Stato per eccellenza dell'integrazione e della realtà “diversa”, la Francia dell'illuminismo, quella di Molière, di Montesquieu e della sua divisione dei poteri quando ancora nel resto del mondo non si sapeva cosa fosse la democrazia, la Francia di Rousseau, Voltaire, la Francia dell'immensa solidarietà, la Francia aperta al mondo. Oggi è in ginocchio il suo simbolo, la sua città per eccellenza.
È stato proclamato lo stato d'emergenza, sono stati fatti sette attentati e fino ad ora si contano più di 120 morti, una strage.
Tutto questo ha un solo mandante che è l’ignoranza profonda ed idiota di chi è stato strumentalizzato e usato per uccidere. Non si può liquidare tutto pensando alla guerra che Allah dichiara a qualunque altra credenza. Quest'ultima sicuramente è la visione forte e convinta di chi ieri ha ucciso, ma non lo è di chi ha rivendicato quelle morti. Nello stato più laico e tollerante d'Europa non si sono attaccati simboli del potere, ma i comuni cittadini che vivevano la quotidianità. La furia omicida ha colpito i luoghi del tempo libero, una partita di calcio, un concerto rock, ristoranti, bar e fast-food. Ed è stato un allarme continuo per ore, con conflitti a fuoco in diversi punti della città.
Si sono fatti esplodere vicino allo Stadio de France, altri hanno sparato nei ristoranti, in un Mc Donald, dentro il Bataclan dove hanno sequestrato centinaia di persone.
Il presidente Hollande costretto ad essere evacuato e portato in luogo sicuro. L'Isis ha rivendicato l'attentato e Obama ha fatto una conferenza stampa, dove afferma che sotto attacco è tutta la nostra visione e i nostri valori. A Milano e Roma è stato dichiarato il massimo livello di allerta. Il Consiglio francese per il culto islamico (Cfcm) ha preso una posizione forte: ha condannato "con il più forte vigore possibile" gli attacchi "odiosi e abietti"
Il primo attacco è stato in boulevard Voltaire, poi al bar La Belle Équipe, e ancora al ristorante La Casa Nostra in a Rue de la Fontaine au Roi, almeno dodici morti tra Rue Alibert nel bar Le Carillon e nel ristorante Le Petit Cambodge in Rue Bichat. Il resto delle vittime si è avuto nel teatro Le Bataclan, alle quali vanno aggiunte persone morte all’esterno dello Stade de France.
E’ un orrore, sono state scolpite immagini di morte e dolore in ogni cuore europeo.
La temporanea chiusura delle frontiere è la risposta immediata di Hollande ma ovviamente non sarà la soluzione. La guerra contro un nemico invisibile, che non ha sedi, non si identifica in alcuno Stato, addestra all’odio centinaia di bambini che sono destinati alla morte. E’ una guerra difficile scatenata anche da molti errori che l’occidente ha compiuto. Non dimentichiamoci che Isis nasce come reazione alle guerre americane in Iraq e Libia. Ovviamente ogni gesto terroristico non può trovare giustificazione in niente. Occorre ripensare il rapporto con il vicino mondo arabo, e soprattutto ora attuare delle politiche di difesa, perché oggi più che mai qualcuno ci ha ricordato che siamo molto vulnerabili. E’ l’undici settembre francese, quello europeo.
Occorre non assimilare i terroristi ai musulmani, che sono le prime vittime di questi beceri individui. Occorre rafforzare i controlli e espellere immediatamente chi predica la guerra santa. Il potere della parola dei cosiddetti “saggi” islamici su un popolo che ha un livello medio di cultura basso per colpa di un sistema d’istruzione chiuso su posizioni ridicole, può creare inimmaginabili danni collaterali e pericolosi indottrinamenti.
Occorre una nuova regia mondiale, che vada dagli Usa alla Russia e dall’Europa all’Asia, perché nessuno ormai può ritenersi sicuro e restare indifferente a questo massacro. Aprire un dialogo con le forze moderate e ragionevoli del mondo islamico e ovviamente supportare la popolazione musulmana che è la prima vittima di questa follia. La regia di questo tavolo di dialogo non può essere affidato agli States e nemmeno alla Russia. E’ l’Europa che deve assumersi la guida di un soggetto capaci di traghettare il mondo in uno stato di quiete.
Oggi siamo tutti parigini come sia giusto che sia,forse europei, perché in fondo dobbiamo ammettere che ad unirci sono più questi momenti tristi e di dolore che le politiche ambigue dell’Ue. Dobbiamo assolutamente evitare di sgretolarci e rispondere con mezzi che non risolvono il problema. Oggi parte la vera sfida, quella di calmare le acque e riflettere tutti insieme per riappacificare gli spiriti bollenti che attraversano il pianeta. L’odio indiscriminato non potrà che portarci all’autodistruzione. Stringiamoci tutti alla legalitaria Francia perché oggi più che mai siamo tutti cittadini francesi.

venerdì 13 novembre 2015

Cheap Thrills


Oggi è uscito in edicola il terzo pezzo dell'ennesima collezione Blues che sto facendo. Questa è edita da De Agostini e si chiama "Blues in vinile, i 33 giri che hanno fatto la storia". L'uscita di oggi è un pezzo raro, l'album di "Big Brothers & the Holding Company, Cheap Thrills ( columbia 1968). Disco da collezione ovviamente dei Big brothers...ai tempi della signora del Blues, Janis Joplin.
La copertina molto colorata e particolare anche per l'epoca è stata disegnata da Robert Crumb, un genio del fumetto dell'America anni 60. 
Questo fu un disco rivoluzionario, si contrapponeva fortemente al perbenismo dei Beatles e ai loro ciuffi di cultura inglese. Qui compravi un biglietto per Marte solo andata e non potevi piu fare a meno del blues. Janis è travolgente, " canta il blues con la stessa durezza di un nero" disse Bb King.
Cheap Thrills contiene tre cover storiche e tanta personalizzazione della Joplin. È il cuore nero del blues questo disco, incredibilmente cantato da un gruppo bianco. In "Summertime", " Piece of my Heart" e "I need a man to love" trovi la migliore Janis di sempre, di questa eroina nata texana e morta regina del blues mondiale. 
Fabio Treves, grandissimo bluesman nostrano ha detto una cosa assolutamente condivisibile sulla Joplin " la sua voce è come la chitarra di Eric Clapton o Hendrix, ruvida, intensa, assoluta." 
Janis era una donna tormentata all'epoca, forse lo restó per tutti gli anni della sua brevissima vita. Nata a Port Arthur " la città piú triste al mondo" come definita da lei stessa esploderà a San Francisco, patria dei beatnik, del rock alternative e delle droghe. Mancano ancora un pó di anni prima di raggiungere Nyc e la fama mondiale ma è da quell'esperienza che nasce Cheap Thrills dei Big Brothers and the Holding Company. È stato anche l'ultimo album con Janis per il gruppo, ed è tutt'ora uno dei massimi capolavori musicali. 

Il nazista e l'ebreo

La vita alle volte gioca brutti scherzi. Questo è il caso di Jack e Oskar, due gemelli divisi dalla nascita e cresciuti in due luoghi e con due culture diametralmente opposte. 

Entrambi ebrei di nascita, per un gioco del destino uno si è ritrovato ad essere tedesco e aderente alla gioventù hitleriana, mentre l'altro visse un'infanzia all'oscuro delle sue origini e di cosa succedeva fino a quando non si trasferì da una zia in Venezuela. La zia era una miracolata, scampata all'olocausto, era stata a Dachau ed era l’unica parente europea sopravvissuta alla follia nazista. 
Jack consapevole delle sue origini si trasferì nel neonato stato di Israele Fu lei a suggerire a Jack di trasferirsi in Israele, dove arrivò all’età di 16 anni, lavorò in un kibbutz e prestò anche il servizio militare. Scopri di avere un fratello gemello che era cresciuto con la madre Elisabeth in Germania e venne anche a sapere che era stato un aderente all'ideologia nazista.
Oskar del suo canto crebbe con la nonna tedesca che gli intimò di nascondere le origini ebraiche di suo padre e lo condusse dentro l'ideologia criminale del nazismo. 
Nel 1954 mentre Jack andava negli Usa decise di fermarsi in Germania, a Francoforte e in aeroporto incontrò il fratello gemello. 
Entrambi dissero che fu come guardarsi allo specchio. Stesso modo di muoversi, di parlare anche se in due lingue diverse, stesso modo di vestirsi. 
Fu un incontro freddo anche perché si era create due differenti visioni di vita ed un muro ideologico insormontabile.
Oskar ricordò al fratello di non voler render noto di essere ebreo e questo mise subito in crisi il rapporto.
Occorreranno altri 25 anni prima di rincontrarsi, negli Usa per via di uno studio su gemelli separati dalla nascita. I medici e chi conduceva lo studio si accorse subito della strabiliante somiglianza tra loro, soprattutto  caratteriale, anche se era cresciuti con due visioni del mondo opposte. 
Nel silenzio, Jack starnutiva per scherzo e la moglie di Oskar confermò che la stessa cosa faceva il marito.
Entrambi mangiavano piccante, tiravano lo sciacquone due volte, portavano le camicie con due tasche. 
Uno mori nel 1997 per un cancro, ieri invece è venuto a mancare l'altro fratello che viveva a San Diego. 
Su loro c'è un documentario della Bbc e un libro. 

giovedì 12 novembre 2015

Da riscoprire: la storia di "The Freewheelin' Bob Dylan

da Rockol.it  http://www.rockol.it/news-648800/the-freewheelin-bob-dylan---recensione

Il ragazzo che il 24 aprile 1962 varca la soglia dello studio A della Columbia Records a Manhattan si chiama Robert Zimmerman, sta per compiere 21 anni e aspira a fare il musicista di professione. È arrivato a New York quindici mesi prima con un bagaglio leggero e un gran desiderio: avvicinare l'idolo Woody Guthrie, il folksinger che negli anni '30 ha cantato meglio d'ogni altro le micidiali dust bowl che spazzavano Texas e Oklahoma provocando un'ondata epocale d'immigrazione verso la California. Lo trova ricoverato in un ospedale del New Jersey e perciò si fa un'ora e mezzo d'autobus, gli porta le sigarette, diventa suo amico. Dicono che vada in giro con una sua foto autografata accompagnata dalla scritta "Non sono ancora morto", che vuol dire: amico, non c'è bisogno di un nuovo Woody Guthrie, quello vecchio non è ancora crepato. Vero è che il primo disco di Zimmerman, che ha chiamato col nome d'arte "Bob Dylan", è derivativo, e parecchio. È uscito in marzo e ha venduto poche migliaia di copie. Dylan ci ha messo dentro due sole canzoni autografe: un resoconto del suo arrivo a New York nel gennaio 1961 e l'omaggio al maestro "Song to Woody", parole sagge e poetiche su una musica già utilizzata da Guthrie in "1913 massacre". Amore e furto, sin da allora.
Bob Dylan non è ancora Bob Dylan, per così dire. Però sta scrivendo: voce, chitarra acustica, a volte armonica a bocca. I progressi sono prodigiosi. S'è accasato presso la comunità artistica del Greenwich Village. Lo si vede al cinema dove proiettano "La strada" di Fellini, ospite sul divano di qualche anima buona a leggere Faulkner, davanti alle abitazioni che furono di Walt Whitman e di Edgar Allan Poe. Al critico Robert Shelton dice di sentirsi un po' come il vagabondo di Charlie Chaplin. Studia la "Anthology of folk music" come se fosse la Bibbia, si fa un sacco d'amici, bazzica caffetterie, bar e club del Village. Chi lo vede esibirsi è rapito oppure schifato. È giovane e inesperto rispetto ai folksinger della scena. Ha una voce nasale, sgraziata. Non ha il rispetto dovuto ai testi sacri del folk, quelli intoccabili, quelli che bisogna cantare in un certo modo. Dylan se ne frega e dal folk e pure dal blues prende quel che gli serve. "Facevo tutto di corsa", scriverà nell'autobiografia. "Pensavo velocemente, mangiavo velocemente, parlavo velocemente, camminavo velocemente". Scrive velocemente, e tanto, e pezzi fuori dall'ordinario. Uno s'intitola "Blowin' in the wind" e ha dentro una saggezza inusuale per un ragazzo di 21 anni, e pure la semplicità e la forza comunicativa dei classici. Sono parole scolpite nella pietra, facili da amare, un inno per generazioni di persone che si fanno le medesime domande sulla vita e la morte, la pace e la guerra, la schiavitù e la libertà, sapendo che "la risposta soffia nel vento". Chi la sente capisce subito che Bob Dylan ha qualcosa, non è un imitatore. E lui si supera, subito. Va in giro con un foglio con scritto il testo di una canzone interminabile chiamata "A hard rain's a-gonna fall", strofe su strofe strane e visionarie che raccontano lo stato d'animo d'un paese che sta attraversando la crisi dei missili di Cuba, e molto altro. Recidivo, una porzione della musica l'ha presa da un'antica ballata folk chiamata "Lord Randall", ma il testo e il modo in cui lo porge sono puro Dylan. Quando il poeta beat Allen Ginsberg l'ascolta, scoppia a piangere. "Il testimone" dice "è passata a una nuova generazione".

Le session del secondo album, momentaneamente intitolato "Bob Dylan's blues", continuano a singhiozzo per un altro anno. Si registra in aprile, poi in luglio, quindi in autunno e inverno, e poi ancora nell'aprile del 1963. Dylan arricchisce via via il suo repertorio sfidando lo scetticismo di chi pensa che lui, ragazzetto del Midwest senza passato, sia un capriccio di John Hammond, che l'ha fortissimamente voluto nel catalogo dell'etichetta Columbia. Dylan prende in contropiede il produttore Tom Wilson, che pensa che il folk sia "roba da idioti" e che si trova di fronte un musicista sì approssimativo, ma un autore di testi stupefacenti. L'"idiota folk" prende la melodia della ballata medievale "Nottamun town" e ci scrive sopra un testo caustico e avvelenato contro i manipolatori del complesso militare-industriale (copyright Dwight Eisenhower) che usano la guerra per far quattrini. Ed è un altro capolavoro dai toni apocalittici: "Masters of war". Ma in fondo lui, Dylan, non è pacifista. Però transita dal mondo del folk impegnato e lo vive da protagonista per alcune stagioni. Qualcuno dirà che lo usa come ascensore verso il successo, lui scriverà col senno di poi che in quel periodo cavalca il cambiamento. Scrive canzoni che mischiano cronaca e denuncia come "Oxford town". Racconta la vicenda di James Meredith, il primo uomo di colore che nel 1962 osa iscriversi alla University of Mississippi e per farlo viene scortato da 500 U.S. Marshals inviati dal procuratore generale Robert Kennedy. Dylan incide anche un pezzo satirico titolato "Talkin' John Birch paranoid blues" sulla paranoia anti-comunista. Intimorita dalle possibili conseguenze dopo la cancellazione di un'esibizione allo show di Ed Sullivan, la Columbia elimina quella e altre tre canzoni quando le prime copie del 33 giri sono già state stampate. Il brano, unitamente ad altre outtake, sarà incluso nel cofanetto del 1991 "The bootleg series 1-3". Oggi la prima stampa del 33 giri d'epoca è valutata anche 8.000 dollari.
 
In ottobre Hammond affianca a Dylan un gruppo elettrico per tre canzoni, ben prima della leggendaria svolta di Newport. E Dylan ci sta perché nel cuore ha sempre avuto il rock'n'roll di Elvis. Da quelle incisioni emergono il singolo "Mixed-up confusion", non incluso nell'album, e "Corrina, Corrina", l'unica che finisce sul disco anche se l'accompagnamento è defilato, discreto. In novembre Dylan registra "Don't think twice, it's all right", ispirata dalla lontananza della fidanzata Suze Rotolo che in giugno è partita per l'Italia e modellata su "Who's gonna buy you ribbons when I'm gone?". Pure "Down the highway" contiene un riferimento a Rotolo, quando Dylan, imitando gli amati bluesman afroamericani, canta che "la mia ragazza m'ha preso il cuore, l'ha messo in valigia e l'ha portato in Italia". In dicembre il folksinger va in Inghilterra per partecipare a uno show della BBC e porta a casa una ballata titolata "Scarborough fair" da cui prende alcuni frammenti di testo e musica che nelle sue mani diventano una cosa preziosa chiamata "Girl from the north county" dove evoca la bellezza del grande paesaggio americano per dire di un vecchio amore, di una ragazza lontana, di una nostalgia. Un altro pezzo britannico, "Lady Franklin's lament", è il modello per "Bob Dylan's dream", ma in tutto l'album abbondano i riferimenti a materiali preesistenti: i talkin' blues di Guthrie stanno alla base di "Talkin' world war III blues"; "We shall be free" di Leadbelly è trasformata nell'umoristica "I shall be free"; "Honey, just allow me one more chance" prende il titolo da un pezzo di fine Ottocento. L'album esce nel maggio 1963. Tramontata l'idea di farne il disco blues di Dylan, viene titolato "The freewheelin' Bob Dylan". In copertina il cantante cammina in una via del Village con Rotolo sottobraccio. È un'immagine perfetta per rappresentare il luogo in cui sono nate le canzoni e la donna che ha ispirato alcune di esse. Colpisce la posa casuale lontana dall'eleganza affettata di altre copertine dell'epoca. È un (piccolo) successo. L'album vende 10.000 copie al mese e rivela il talento di Dylan che diventa la voce del movimento per i diritti civili. La regina dei folksinger Joan Baez lo invita sul palco del festival di Monterey, e poi nel suo letto. Playboy parla di lui come del "più vitale fra i giovani citybillie", il trio Peter Paul & Mary porta "Blowin' in the wind" al secondo posto in classifica. In luglio Dylan sale sul palco di Newport che è già una piccola star. Merito di un disco che, più di ogni altro, contribuisce a cambiare la figura del folksinger: non più custode di un patrimonio da trasmettere intatto alle nuove generazioni, ma un artista in grado di raccontare lo zeitgeist con parole nuove. Nel momento in cui Bob Dylan intona il primo verso di "Blowin' in the wind", nasce la moderna figura del singer-songwriter.

mercoledì 11 novembre 2015

L'incredibile storia di Steve Jobs, il signore della Mela

da Focus.it http://www.focus.it/cultura/storia/steve-jobs-chi-era

Oggi, Steve Jobs avrebbe 60 anni. Ecco una mini biografia dell'uomo che ha messo la tecnologia nelle mani di tutti.

 

Se oggi sono  il computer e lo smartphone (non più il cane) a essere il migliore amico dell’uomo, se è cambiato il modo in cui ascoltiamo la musica, se il cellulare è diventato un apparecchio tuttofare, molto del merito è suo. Di un californiano geniale e irascibile che si è ispirato a Bob Dylan e a Picasso: è Steve Jobs, l’inventore della Apple, che il 24 febbraio 2015 avrebbe compiuto 60 anni.

Alcuni aspetti della sua esistenza sono stati avvolti dal mistero, a partire dalla nascita: di certo si è sempre saputo che avvenne il 24 febbraio 1955. Dove? Già qui si aprirono le dispute. C’è chi dice che Jobs sia nato a San Francisco (California) e chi sostiene che il piccolo Steven Paul sia venuto al mondo nel Wisconsin. Apple, ufficialmente, si è sempre rifiutata di fornire questa informazione. Finchè la biografia ufficiale di Jobs svelò l'arcano: era nato a San Francisco. Il padre era uno studente siriano, Abdulfattah "John" Jandali, che sarebbe diventato in seguito un professore di scienze politiche.

La promessa. La madre biologica era una studentessa universitaria che, temendo di non potergli garantire un futuro dignitoso, lo diede in adozione. «Voleva che fossi affidato a una coppia di laureati» raccontò Jobs in un discorso. «Quando scoprì che la mia madre adottiva non aveva finito il college, e il marito neppure il liceo, si rifiutò di firmare le carte. Finché non le garantirono che sarei andato all’università».

Come stabilito molti anni prima, nel 1972 Steve Jobs si iscrisse all’università, al Reed College, in Oregon. Ben presto capì che quei corsi non erano poi tanto interessanti e che la vita del college era troppo costosa per le casse di famiglia. Così iniziò ad affidarsi a due consigliere che non lo avrebbero più abbandonato: la curiosità e l’intuizione. Decise di mollare i corsi ufficiali e di seguire solo quelli che gli interessavano. Come quello di calligrafia, dove imparò tutto su scrittura, lettere e caratteri: queste conoscenze sarebbero state alla base, molti anni dopo, delle capacità tipografiche del Macintosh, il primo computer “per tutti” e non solo per smanettoni da laboratorio.

La cura di mele.  Per risparmiare lasciò la camera del dormitorio e si fece ospitare da amici; iniziò a raccogliere bottiglie di Coca-Cola vuote, per restituirle ai venditori e avere in cambio cinque centesimi di cauzione; arrivò perfino a farsi 10 km a piedi per raggiungere il tempio Hare Krishna dove, la domenica, si mangiava gratis. Secondo Leander Kahney (autore della biografia non autorizzata Nella testa di Steve Jobs, Sperling & Kupfer) provò pure una dieta di sole mele, nella speranza che ciò (chissà perché) gli permettesse di non lavarsi. Non funzionò, ma forse quelle mele gli portarono fortuna...

Tornato in California, Steve rispolverò la passione per l’elettronica (gliel’aveva trasmessa un vicino di casa che si divertiva a giocare con amplificatori, tv e ricetrasmittenti): iniziò a lavorare per Atari, uno dei primi produttori di videogame, poi, con il suo amico e collega Steve Wozniak, decise di mettersi in proprio e nel 1976 fondò la Apple Computer. Sede della società: il garage di casa Jobs; logo: la mitica mela morsicata che, anni dopo, sarebbe diventata un’icona dell’high-tech; capitale sociale: poco, al punto che per finanziarsi Jobs decise di vendere il suo furgone Volkswagen, mentre Wozniak fu costretto a dare via la calcolatrice scientifica per mettere insieme qualche dollaro.

Lo stile può attendere. La loro prima creazione, Apple I, era un computer formato da pochi componenti, dunque abbastanza economico. Aveva alcune caratteristiche innovative per l’epoca: innanzitutto poteva essere collegato a una tv, in più aveva un sistema di memorie (rom) che ne semplificava l’accensione, una fase critica per i computer di allora. Estetica e design, invece, sarebbero arrivati in futuro: Apple I in pratica era un semplice circuito elettronico con attorno... il nulla. Chi lo comprava, se lo sistemava come gli pareva: molti, per esempio, lo montarono in un mobiletto di legno. Ne furono venduti 200: non male come inizio.


Sulla scia del primi successi, le azioni di Steve Jobs presero quota. L’azienda inziò a crescere e lui a dare un’impronta sempre più forte ai suoi prodotti. Arrivò Apple II, il primo computer fatto e finito (fin da allora Jobs sosteneva che, una volta tirato fuori dalla scatola, un computer doveva essere pronto da usare, senza parti da montare), seguito da Apple III che, con i suoi problemi di surriscaldamento, risultò un flop. Il motivo? Nel progetto non era stata prevista la ventola di raffreddamento perché Jobs, pare, la riteneva poco elegante.

L’idea del mouse. Nel dicembre 1979 fece un incontro importante: visitò un centro ricerche dell’azienda informatica Xerox, dove stavano studiando un sistema che avrebbe permesso di comandare i computer attraverso semplici menu a icone. Fu la svolta: è grazie a questa idea (copiata pure dai concorrenti) che Jobs e il suo team riuscirono nell’impresa di trasformare il computer in un elettrodomestico alla portata anche degli utenti meno esperti. La metamorfosi si completò nel 1984 con il lancio del Macintosh, il primo computer controllato, oltre che con la tastiera, con un nuovo e curioso apparecchio che fu ribattezzato mouse. Le quotazioni di Steve Jobs (e della stessa Apple) schizzarono alle stelle. Nel frattempo inziò una guerra di religione tra i fan della Mela e quelli che utilizzavano computer di altre marche: in azienda nacque la figura del Mac evangelista, un “tecnomistico” con la missione di convincere amici e parenti della superiorità del Macintosh.

E le donne? Che ruolo hanno avuto nella vita di mr. iPod? Si dice che a vent’anni fosse fidanzato con Joan Baez, icona della musica folk americana e già compagna di Bob Dylan, uno dei suoi miti. Secondo Alan Deutschman, autore di un’altra biografia non autorizzata (I su e giù di Steve Jobs), la storia sarebbe finita perché, per Jobs, la Baez sarebbe stata troppo vecchia per avere un bambino. Un rapporto complicato, quello con la paternità: quando (nel 1978) la sua prima ragazza Chris Ann gli comunicò di essere incinta, lui non fece una piega e reagì come se la cosa non lo riguardasse. La figlia Lisa nacque così in una comune. Nel 1991, durante un rito buddhista, Jobs sposò Laurene Powell con cui avrebbe poi messo al mondo tre figli.

Licenziato! Nel frattempo era il rapporto con Apple ad essersi incrinato: dopo continui contrasti con l’amministratore dell’epoca, nel 1985, Jobs fu costretto a fare le valigie. Proprio lui che quella realtà l’aveva creata in garage e resa una compagnia da 2 miliardi di dollari e 4 mila dipendenti, veniva messo alla porta, perché ritenuto improduttivo e fuori controllo. «Essere licenziato da Apple» raccontò in seguito, «fu la cosa migliore che potesse capitarmi. [...] Mi liberò dagli impedimenti permettendomi di entrare in uno dei periodi più creativi della mia vita». Di sicuro non se ne rese conto subito.

Nei panni (di nuovo) del debuttante, Jobs fondò prima un’azienda (NeXT) con l’idea di produrre computer all’avanguardia; per 10 milioni di dollari ne rilevò un’altra, da George Lucas (il regista di Guerre Stellari), che stentava ad affermarsi nel campo della grafica computerizzata. La NeXT non decollò, vendendo appena 50 mila computer in 8 anni, mentre la Pixar (così fu ribattezzata l’altra società) si manteneva a galla a fatica (e soprattutto grazie ai 60 milioni di dollari che Jobs ci rimise di tasca sua). Ma proprio quando il fondatore della Mela stava per affondare e pure la Apple, a causa di scelte sbagliate, non se la passava tanto bene, a metà degli anni Novanta i loro destini si incrociarono: Jobs convinse i “rivali” di Apple a scegliere un rivoluzionario programma sviluppato da NeXT come base per i nuovi computer, gli iMac. Non solo: Apple acquistò la NeXT stessa e nel 1996 Steve Jobs tornò a casa da numero uno.

Un’anima digitale. Insomma, la fortuna era tornata a sorridergli e pure dalla Pixar gli arrivavano conferme: nel 1995 nelle sale cinematografiche americane debuttò Toy Story - il mondo dei giocattoli, il primo film realizzato completamente con sistemi di animazione digitale. Un successo incredibile, il primo di quello che sarebbe diventato ben presto il più importante studio di animazione di Hollywood.

Tornato al timone della Apple, Jobs si trovò ad affrontare una profonda crisi finanziaria. Lo fece ricorrendo anche ai licenziamenti di massa. Sempre secondo una delle biografie “non allineate”, sembra che Jobs bloccasse i dipendenti negli ascensori, interrogandoli sul loro ruolo in azienda. Se la risposta non gli piaceva, ai malcapitati poteva succedere di essere licenziati su due piedi. Una procedura, questa, che divenne famosa con l’espressione “essere stevizzati”. Già, perché se Jobs è famoso per le sue intuizioni folgoranti, è pur vero che ha un carattere a dir poco difficile: pignolo ed egocentrico.


L’era dell’iPod. Proprio queste qualità,secondo i suoi fan, sono il segreto delle sue vittorie: in effetti dal suo ritorno il signor Apple non sbaglia un colpo o quasi. A ottobre 2001 ha presentato l’iPod, il lettore portatile di musica che è diventato oggetto di culto tra giovani e meno giovani, tra persone comuni e celebrità. Un paio di anni più tardi ecco iTunes, il negozio virtuale dove si possono comprare i dischi: le canzoni si “scaricano” (legalmente e a pagamento) dal web con il computer. Poi si copiano nell’iPod e si ascoltano... dovunque, in tram o durante il jogging. Un fenomeno planetario che Apple ha celebrato nel 2010  dopo aver tagliato il traguardo dei 10 miliardi di canzoni scaricate.

Una mattina del 2004, l’imprevisto: mr. iPod scoprì di avere un tumore al pancreas. «I dottori mi dissero di mettere ordine nei miei affari» raccontò a una classe di studenti, «e questo significa prepararsi a dire ai figli in pochi mesi ciò che pensavi di poter dire loro in dieci anni. Significa dire addio». Quando i medici analizzarono le cellule del suo pancreas scoprirono che si trattava di un cancro rarissimo, ma curabile con un’operazione. «Quella è stata la volta in cui sono stato più vicino alla morte e spero sia anche l’unica per qualche decennio», confessò in seguito. Scampato il pericolo, Jobs si rituffò negli affari: mentre le vendite degli iPod (di cui lanciava ogni anno nuove versioni) andavano alla grande, decise di rilanciare. Convinse i suoi che un iPod capace anche di telefonare avrebbe fatto il botto.


Rivoluzione al telefono. Nel 2007, svelò al pubblico l’iPhone: un cellulare dal design minimalista (senza tastiera, con schermo sensibile al tocco), con capacità musicali e in grado di navigare nel Web come il computer di casa. Erano veri e propri eventi di culto, quelle presentazioni: in parte per il suo linguaggio e la sua mimica, in parte per il suo look finto-casual, tutto studiato a tavolino. Fioccano pure le parodie, come quella che, in una puntata dei Simpsons del 2008 vede protagonista un tale mr. Mobs, egocentrico e irascibile padrone di un colosso dell’elettronica chiamato Mapple...

Siccome ciò che pensa Jobs poi si trasforma in oro, pure l’iPhone è diventato un cult: il giorno in cui venne lanciato ne furono venduti 500 mila; l’ultimo nato in casa Apple, l’iPad, ha creato un nuovo mercato. Prima che la malattia si riaffacciasse, Jobs conduceva una vita tranquilla, da buddista e vegetariano. C’è chi giura di averlo visto qualche volta uscire dalla sua casa di Palo Alto a piedi nudi per fare la spesa in un negozio di cibi biologici. Si era dato uno stipendio di appena un dollaro all’anno, ma possedeva molte azioni Apple e poteva contare su benefit come un jet da 90 milioni di dollari. Anche se  qualche mese prima della morte – resosi conto di non avere più energie per guidare l'azienda – aveva passato il testimone a Tim Cook.

Come Einstein. Stanco di smentire le biografie “cattive” (una di queste, iCon Steve Jobs, lo fece infuriare al punto che volle far sparire tutti i libri dell’editore dai negozi Apple) prima di morire aveva autorizzato una pubblicazione ufficiale sulla sua vita: tanto per volare basso, l'ha scritta Walter Isaacson, lo stesso autore della biografia di Einstein, che passo diversi mesi insieme a Jobs per raccogliere i suoi ricordi. 

 

venerdì 6 novembre 2015

Fuga dal campo 14

Mi sto un po’ documentando sulla Corea del Nord e cercando più informazioni plausibili e bibliografiche su uno dei paesi più top secret e chiusi al mondo. In merito ho trovato l'incredibile storia di Shin Dong-hyuk, uno dei pochissimi uomini che è riuscito a fuggire ai campi di lavoro nord coreani. C’è un libro bellissimo sulla sua storia scritto dal giornalista statunitense Blaine Harden che si intitola " Fuga dal campo 14". Il campo 14 non è altro che il nome del campo di lavoro dove Shin Dong-hyuk è nato, cresciuto e probabilmente senza una buona dose di fortuna sarebbe morto.
Lui è nato lì e nessuno gli ha spiegato niente, purtroppo nessuno gli ha insegnato che l'amore per una famiglia, l'affetto, i sentimenti. Esistono due tipi di persone per Shin Dong-hyuk, quelli con la pistola che gridano, picchiano e possono uccidere mangiare liberamente, e quelli che devono lavorare e non chiedere mai niente, devo subire ed essere picchiati quotidianamente, possono morire per qualunque motivo e possono mangiare solo chicchi di riso e zuppa di cavolo, ma non tutti i giorni. Lui era abbastanza sfortunato perché era capitato nel secondo gruppo, ma non si era chiesto mai nemmeno il motivo. 
Shin Dong-hyuk non sapeva dove si trovava, non sapeva che esisteva la Cina, il pollo, le banconote, internet, il telefono, la libera circolazione, auto private diverse da quei pochi camioncini militari visti dentro il campo. 

Shin Dong-hyuk non può nemmeno pregare per conforto, non solo perche in Corea del nord è vietato essere religiosi, ma per il semplice morivo che Shin Dong-hyuk non ha nemmeno sentito mai parlare di Dio. Lui è nato lì e la sua vita è quella. 
Shin Dong-hyuk ha una mamma che vive nella sua stessa capanna prigione e un padre che vede molto di rado, forse uno o due volte l'anno. Nessuno ha mai detto che i genitori sono coloro che ti mettono al mondo e quindi lui non nutre nessun affetto per quelle due persone. Anzi la madre è una potenziale nemica per il cibo e per le spie. 
Shin Dong-hyuk è solo uno delle migliaia di ragazzi nati dentro un campo per uno dei rapporti occasionali concessi dalle guardie. Decidevano loro con chi e quando e se eri un attento osservatore alle regole e un assoluto aderente alla dottrina del campo, potevi avere rapporti sessuali con una donna 5 volte l’anno. In uno di questi rapporti è nato lui. 
In futuro ha odiato i suoi genitori perche l’hanno fatto nascere dentro un campo dove l’unica prospettiva era la sofferenza. 
Shin Dong-hyuk ha sangue bastardo secondo il governo e quindi deve sacrificare la vita a purificarsi. Vi è un’assurda legge che prevede pene corporali e prigione per persone che sono imparentati con fuggiaschi o ostili al governo. Fino alla terza generazione. 
Shin Dong-hyuk ha due zii, fratelli di suo padre che erano scappati in Corea del Sud, tutto il resto della famiglia fu incarcerato ed internato, senza alcunissima ragione. 
Una delle regole principali del campo era non tentare la fuga, anche se Shin Dong-hyuk non sapeva nemmeno del mondo esterno, e riferire alle guardie qualunque cosa di sospetto, questo serviva ad allentare sevizie e fame. Cosi un giorno lui tornando a casa per un permesso speciale sentì la mamma e il fratello che organizzano la fuga. Non esita ad andare ad avvisare le autorità e dopo qualche mese di prigionia si ritrova in prima fila per l’esecuzione di sua madre e di suo fratello maggiore. «Ora muoio, ho pensato quando le guardie mi hanno trascinato di fronte al campo delle esecuzioni. Dopo mesi di torture e isolamento, quella mattina ho pensato che stessero per uccidermi. Solo quando ho visto mia madre con una corda al collo, pronta per essere impiccata, e mio fratello legato ad un palo, pronto per essere fucilato, ho capito che non ero io quello che stavano per ammazzare. Sono morti poco dopo. Ma in quel momento non ho provato nessuna emozioneAnzi. Ho pensato che fosse giusto così. Del resto li avevo denunciati io agli agenti».
Dopo la denuncia fu torturato ugualmente per mesi, era sempre di sangue bastardo e complottista. 
Shin Dong-hyuk era nato per soffrire e lo accettava, non aveva altra scelta. Poi un giorno fu incaricato dalle guardie di fare la spia su un nuovo detenuto che era stato messo ai lavori forzati perche era andato in Cina senza autorizzazione. La convivenza con Park gli cambio la vita. Park aveva girato il mondo e sopratutto gli aveva parlato del cibo che poteva trovare fuori. Per uno abituato a mangiare solo chicchi di mais, scoprire che esistevano gli hamburger e il pollo fu più forte di qualunque altra scoperta." Sono scappato per fame". Non aveva nessuna curiosità dell’America e nemmeno della Cina, non sapeva che la terra era rotonda e nemmeno gli interessava. Voleva un pollo, qualcuno aveva aperto gli occhi ad una persona che non aveva una minima idea del mondo fuori.
Shin comincia a progettare per la prima volta una fuga con Park. Difficilissimo uscire dal campo, controllato ogni metro e circondato da muri pieni di fili elettrici mortali. Ma Shin ci crede e comincia a pensare a come fare. Un giorno mentre erano a lavoro vicino ai bordi del campo corrono verso la recinzione. Park resta impigliato e muore sul colpo, Shin usa involontariamente il corpo dell’amico come massa e riesce a resistere alla scossa. Esce e inizia a vagare in Corea fino ad arrivare in Cina, da lì in Corea del sud. 
Sembra un film ma è la storia vera dell’unico prigioniero nato in un campo che è riuscito a scappare. I segni del campo resteranno per sempre sul corpo di Shin, dalle ustioni alle braccia distrutte dal duro lavoro, dalle cicatrici alle paure.  
Il primo ricordo di Shin è un'esecuzione, l’ultimo la morte del suo amico. 
Migliaia di persone vivono nei campi di lavoro nord coreani, circa duecentomila secondo gli Stati Uniti e il campo 14, è uno dei più temibili e si trova a 80 km a nord da Pyongyang, capitale e sede della famiglia Kim.
Da google Earth è stato possibile identificare ben 6 campi simili in Corea.  Ogni giorno si compie una nuova Auschwitz tra il silenzio vergognoso dei media e la non curanza del popolo occidentale. Shin non è che uno dei tanti che stanno morendo di fame e indifferenza.